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Cronaca
L'INCHIESTA
Farmaci tumorali,
una corsa a ostacoli
Francesca Lozito
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La Regione Veneto mette i paletti a un farmaco per le donne anziane malate di cancro al seno e scoppia la polemica. Nei giorni scorsi una delibera regionale "sconsigliava" l’utilizzo di uno specifico medicinale, l’abraxane, per le pazienti, sopra i 65 anni, con tumore alla mammella, curato già con i farmaci chemioterapici in "prima linea". Il decreto del segretario alla sanità veneto, Domenico Mantoan, stabiliva dunque che era meglio non utilizzarlo nella cosiddetta "seconda linea" di cura.

La denuncia di un sospetto "blocco" del farmaco da parte della Regione è partita da Federanziani, seguita, però, dall’immediata replica dell’ente: «Nessun farmaco antitumorale verrà negato a nessun nostro paziente per motivi economici, perché in Veneto non un euro di risparmio è stato o sarà fatto sulle cure ai malati di tumore, a prescindere dall’età. Qualsiasi terapia, prescritta a insindacabile giudizio dei medici curanti, è e sarà resa disponibile», ha detto l’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto. Venerdì prossimo verrà riconvocata la Commissione tecnica per il prontuario terapeutico ospedaliero per «riaffrontare la questione ed eventualmente rivedere la decisione», che, fanno sapere dalla Regione, «non è mai stato un divieto» ma piuttosto una «indicazione» in un atto che deve essere rivisto per renderlo inequivocabile e non dare adito a fraintendimenti.

«Il vero problema sono i prontuari regionali che non dovrebbero esistere – dichiara Annamaria Molino, direttrice dell’oncologia dell’Azienda ospedaliera di Verona e referente regionale dell’Aiom, l’associazione di oncologia medica –. Se un farmaco viene approvato negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, perché non dovrebbe esserlo anche a livello regionale? Nulla in ogni modo mi vieta, come oncologa, di utilizzarlo se lo richiedo in modo specifico, una volta approvato dall’Aifa, l’Agenzia nazionale del farmaco». Nel caso specifico, «l’abraxane è approvato, ma lo studio internazionale di registrazione di questo farmaco vedeva coinvolte poche pazienti anziane. Bisogna aggiungere – afferma l’oncologa – che, coincidenza, proprio in Italia si sta conducendo sull’abraxane uno studio che coinvolge le malate di tumore di età sopra i 65 anni per vedere se ha effetti positivi anche in questo caso».

L’episodio veneto ha comunque aperto un varco in un dibattito che in queste settimane vede molti esperti prendere posizione: si può risparmiare sulle cure da cancro? Solo pochi giorni fa aveva fatto scalpore la notizia che all’Ircc Candiolo di Torino veniva negata la terapia antitumorale domiciliare. In realtà i farmaci vengono consegnati a tutti dalla farmacia ospedaliera al primo ciclo e successivamente solo a quelli di Torino. Non ai fuori regione o ai fuori provincia «per esigenze di cassa», come ha riportato la stampa locale.
Attenzione, dunque, ribadisce Filippo De Braud, primario di oncologia medica 1 all’Istituto nazionale dei tumori di Milano «a non fare cassa sull’età dei pazienti». Per il medico «curarsi bene non implica necessariamente spendere tanti soldi». Ma occorre investire sulla previdenza. E fa il caso dei «tumori solidi» che, «se presi in tempo, si curano anche con la chirurgia. Chiaramente se presi in ritardo si curano male e si spendono più soldi». Francesco De Lorenzo, presidente di Favo, la federazione dei volontari chiede di «fornire i farmaci oncologici approvati dall’Aifa, monitorati dalla stessa agenzia per l’appropriatezza, a tutti i malati, ovunque, siano essi innovativi o comunque indispensabili indipendentemente dal fatto che siano nuovi o meno».
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