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Cronaca
L'inchiesta
Eccellenza e formazione, i segreti del Paese
Umberto Folena
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​Provate un giorno a mettervi in viaggio da Trento a Reggio Calabria e scoprirete perché vale la pena credere ancora nel futuro di questo Paese, nonostante storiche lacune e ritardi abissali. È quel che abbiamo tentato di fare in questa pagina, cercando di sintetizzare con tre storie diverse il volto profondo della nostra penisola. Non è quella, per fortuna, che esce ancora una volta ammaccata e disillusa dal rapporto annuale della Guardia di Finanza che pubblichiamo nella pagina a fianco. È, quella, l’Italia della corruzione, dell’evasione fiscale e del malaffare diffuso, che trascina nel gorgo della disperazione milioni di italiani, non a caso affascinati e sedotti dalla piaga dell’azzardo che tanto piace ai gruppi criminali.
No, l’Italia che raccontiamo qui sotto ha le facce dell’eccellenza "americana" del Trentino, capace di trasformarsi in una piccola Boston attraente per chi vuole investire e garantire un futuro alle nuove generazioni. Ha l’aspetto della solidarietà efficiente del Mezzogiorno che ha scommesso sulla funzione sociale delle cooperative e delle associazioni, e prima ancora sulla responsabilizzazione delle persone che non si rassegnano a pagare dazio nei confronti delle ’ndrine. Infine, ha il volto di chi ha fatto della terra la propria ragion di vita e la propria speranza di futuro. Contro le lobby di chi cementifica e vuole costruire a tutti i costi, rischiando di rovinare l’ambiente delle nostre comunità.
Tutto questo non è l’altra Italia, è semplicemente l’Italia. Che va o, forse, semplicemente non ha mai pensato di fermarsi.

Trento come Boston, e il Trentino come il Massachusetts. Se la provincia del Nord, italiana da meno di un secolo, è additata da tutti come l’eccellenza, quale sarà il suo segreto? Per cominciare ad addentrarci nel mistero trentino, e scoprire magari che mistero non è affatto, niente di meglio di due osservatori assai qualificati ma di lombi non trentini, anche se a Trento vivono e lavorano chi da poco chi da tantissimo. Due "foresti" molto coinvolti nelle cose trentine, ma che garantiscono il giusto distacco: nel loro eventuale elogio del Trentino non potrà esserci ombra di sciovinismo.rento come Boston, e il Trentino come il Massachusetts. Se la provincia del Nord, italiana da meno di un secolo, è additata da tutti come l’eccellenza, quale sarà il suo segreto? Per cominciare ad addentrarci nel mistero trentino, e scoprire magari che mistero non è affatto, niente di meglio di due osservatori assai qualificati ma di lombi non trentini, anche se a Trento vivono e lavorano chi da poco chi da tantissimo. Due "foresti" molto coinvolti nelle cose trentine, ma che garantiscono il giusto distacco: nel loro eventuale elogio del Trentino non potrà esserci ombra di sciovinismo.

Non può esserci nel professor Francesco Profumo, dal dicembre 2014 presidente della Fondazione Kessler, che per alcuni è la ciliegina sulla torta, ma in realtà è una fetta bella grossa della torta stessa. «Il segreto del Trentino – spiega Profumo al telefono, di ritorno da Oxford – è lo stesso che l’anno scorso ha indotto General Electric a trasferire il proprio headquartier a Boston. Lì, e solo lì, sono state individuate tre condizioni fondamentali: la presenza di talenti sformati dalla scuola, la creatività e un ecosistema in cui istituzioni, scuole, centri di ricerca, tutti insomma collaborano armoniosamente».

La scuola, appunto. Gianfranco Cerea è a Trento dal 1977. Bergamasco, laureato alla Cattolica, alla Facoltà di economia dell’Università di Trento insegna Scienze della finanza ed Economia pubblica. Per lui, Trento è come un ciclista che cominci la scalata dello Stelvio con una dozzina di tornanti di vantaggio. «Un segreto il Trentino ce l’ha – spiega – e in parte sta nell’essere stato legato all’Impero per quasi otto secoli. Qualcosa dovrà pur contare. Ma il dato per me fondamentale è che qui dal 1774 vige l’obbligo scolastico fino ai 12 anni, e da metà Ottocento fino ai 14. Qui s’è realizzata la scolarizzazione di massa con 150, 200 anni di anticipo. Studiavano tedesco e una seconda lingua, e contabilità obbligatoria. Al censimento del 1921, nel Trentino risultava analfabeta appena il 5% della popolazione; per capirci, in Calabria 5% erano gli alfabeti».

Profumo e Cerea, curiosamente, partono entrambi da qui, dalla formazione. Chi investe in formazione vince, chi non investe perde. «Il Trentino – prosegue Profumo – risulta attraente per le aziende che qui trovano persone che brillano per preparazione, creatività e senso istituzionale; un ecosistema che funziona, ossia una città che gira come un orologio, buoni servizi, risorse finanziarie, rapporti istituzionali sereni. È questa la miscela che determina l’attrazione». Per questo su a Povo si installa pure Bill Gates. E per questo la Fondazione Kessler, con 50 milioni di bilancio, riesce ad autofinanziarsi al 40%. Bruno Kessler, appunto: «Se vogliamo – conclude Profumo – tutto comincia da lui, che nel 1962 disse forte: il Trentino non può svilupparsi solo con le mele, ma deve investire in formazione, ricerca, innovazione e internazionalizzazione». Su queste idee nascono l’Istituto trentino di cultura (poi Fondazione Kessler) e l’Università.

Qualcuno sostiene che la fortuna del Trentino sarebbe l’autonomia... «Anche Sicilia e Sardegna ce l’hanno». Cerea scuote il capo: «Conta, certamente. Ma conta assai più il contesto. Torniamo alla scuola. È la prima istituzione incontrata da un bambino. Qui fa esperienza di diritti e doveri, autorità, prove e frustrazioni, convivenza con bambini che non ha scelto. Deve rispettare i calendari e confrontarsi con i giudizi. Se fin da piccolo hai a che fare con istituzioni che funzionano, avrai una buona immagine dell’istituzione stessa». Lei rispetta te, tu rispetti lei. E tutto, attorno, cresce.
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