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Cronaca
L'inchiesta
Azzardo: ecco come ci ipnotizzano  
Umberto Folena
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Non entrate in quella zona. È la machine zone, la zona della macchinetta dove la slot attende le sue prede. A molti non succede niente: giocano, perdono, a volte vincono, smettono. Alcuni invece ci restano intrappolati. Ci vorrebbe la penna di Stephen King ma anche quella della ricercatrice americana Natasha Dow Schüll può andar bene. Finalmente è arrivato in Italia il suo libro, costatole quindici anni di studio sul campo: Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza (a cura di Marco Dotti e Marcello Esposito, Luca Sossella Editore). Attenzione, perché se non è lo studio definitivo, è comunque uno studio tanto accurato e complesso, il migliore mai realizzato, da risultare un punto di riferimento irrinunciabile per tutti: per chi da tanto o da poco assiste i ludopatici, per gli affetti da Gap (gioco d’azzardo patologico) che desiderano sapere in quale gorgo siano precipitati, per i politici che in queste ore stanno prendendo decisioni spesso senza aver nemmeno dato un’annusatina al tema; e ai signori dell’industria dell’azzardo, che potranno trovarvi consigli assai utili: ottimi e pessimi.

Natasha Dow Schüll indaga in tre direzioni: i casinò e le sale con le loro architetture; le macchine, svelandoci come sono costruite (chissà perché, riesce a strappare confessioni spettacolari, "costringendo" un sacco di interlocutori alla verità); e soprattutto le vittime della machine zone, coloro che se ne sono usciti e lei ha incontrato nei gruppi di auto aiuto, ma in qualche modo ne restano prigionieri, ad esempio perché quella maledetta zona se la sognano tutte, tutte le notti nessuna esclusa: la zona li ha marchiati nell’anima per sempre.

Qui possiamo soltanto offrire alcune delle conclusioni, non i processi attraverso i quali l’antropologa vi arriva in 363 pagine fittissime. Eccole: negli ultimi anni l’industria dell’azzardo ha capito che per incrementare i profitti il modo più efficace è puntare sulle macchinette, le eredi delle slot che un secolo fa negli Usa erano chiamate "i killer con una mano sola", fatte di rulli ruotanti e una maniglia da abbassare. La macchina va costruita studiando colori, luci, forme e suoni che ipnotizzino i soggetti pronti a essere ipnotizzati, come tanti topi di Skinner (proprio l’immagine dei topi da intrappolare è usata da alcuni addetti ai lavori). Lo stesso ambiente è studiato per permettere l’isolamento del giocatore. Ed ecco la machine zone, che l’ex giocatrice Patsy così descrive: «La mia vita era diventata una machine life. Ero della macchina, nella macchina, per la macchina». E anche il ribaltamento di un luogo comune duro a morire: al giocatore patologico non interessa vincere. Il denaro non è il fine ma il mezzo. Il jackpot è ben accetto, ma solo perché permette di prolungare il tempo del gioco. Il tempo, ecco il vero fine. Passare più tempo possibile nella zona, isolati da tutto. La zona viene descritta come l’occhio del ciclone: calma assoluta, finalmente la pace mentre tutto attorno vortica senza sfiorare il giocatore. I soldi: un semplice strumento, necessario per prolungare il tempo di gioco. Quei soldi, per il giocatore perduto nella zona, non hanno alcun valore. Infatti li getta senza alcun controllo.

La machine zone offre la fuga dal mondo dei legami sociali. Se il mondo è imprevedibile, perché non puoi controllare gli affetti, il lavoro che va e viene, la salute, le azioni delle persone attorno a te, la macchinetta è invece l’assoluta prevedibilità. Può apparire paradossale, ma la certezza è che inserendo la moneta le figure vorticano, vinci o perdi ma poco conta, conta la relazione simbiotica con la macchina che reagisce sempre allo stesso modo. In fuga da un mondo impossibile da controllare, alle prese con la macchinetta il giocatore «ha il controllo». O così a lui sembra.

Natasha Dow Schüll dedica alcune pagine anche sul cosiddetto «gioco responsabile», che tanto piace all’industria dell’azzardo. Disilludetevi. E leggete bene, se pensate di organizzare incontri sul «gioco responsabile» nelle scuole, o se venite sapere che i vostri figli stanno per parteciparvi. Basteranno qui due voci autorevoli. La prima è di Bo Bernhard, direttore dell’International Gaming Institute presso l’Università del Nevada a Las Vegas. Egli «rimarca – scrive Natasha Dow Schüll – come i messaggi sullo schermo, progettati per dare ai giocatori d’azzardo "l’opportunità di considerare le loro opzioni e rompere il ciclo di gioco", facciano ricorso alla razionalità in un momento "in cui la parte razionale del loro cervello è spenta", proprio come se facessimo discorsi di buon senso ad alcolisti già svenuti». Per lo psicologo Mark Dickerson «le macchine automatiche per il gioco d’azzardo e il modo con cui esse configurano l’esperienza sono "in diretto conflitto con le strategie di gioco responsabile (...). È come chiedere ai giocatori di dare gas e frenare contemporaneamente, o di tenere sotto controllo la velocità a 200 miglia all’ora"».
Nel giocatore patologico, si legge a un certo punto, è attivo poco o tanto un «impulso di morte». Alcuni effettivamente «giocano da morire», per giorni di fila. Costoro avrebbero bisogno di buone ragioni per vivere fuori dalla zona. La maledetta machine zone che sta divorando troppi nostri fratelli.
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