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Cronaca
INTERVISTA
Azzardo, autodisciplina per la pubblicità
Luca Liverani
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​Un codice di autoregolamentazione per fermare le pubblicità illusorie e per tutelare i minori. Con tanto di giurì indipendente, ad esempio quello dell’Istituto per l’autodisciplima pubblicitaria, per esaminare gli spot. E un ventaglio di sanzioni per le aziende che sgarrano. In pieno dibattito sugli eccessi e i rischi sociali del gioco d’azzardo, Sistema Gioco Italia scende in campo per dire la sua. Massimo Passamonti, presidente della «costola» di Confindustria cui aderisce il 70% delle aziende del gioco, non ci sta a passare per il “capo dei biscazzieri” che specula su giovani e famiglie.

Ora che è scoppiato l’allarme sulle patologie dell’azzardo, il mondo delle scommesse corre ai ripari?
È da molto tempo che lavoriamo a questo codice di autodisciplina che abbiamo già portato all’Amministrazione dei monopoli, e che ora presentiamo in commissione Affari sociali alla Camera. Cioè in tempi non sospetti, ben prima che i ministri Riccardi e Balduzzi ponessero – giustamente – l’attenzione sugli aspetti critici del gioco. Siamo i primi a non volere giocatori che si rovinano. Anche se fosse solo per un giocatore rovinato, per noi è un grave problema da affrontare. Al governo chiediamo di sederci a ragionare: questo codice può essere una base di partenza. L’articolo 16 del disegno di legge di delega fiscale approvato lunedì dal governo che parla dei giochi può essere un’occasione importante di confronto. Per trovare assieme le soluzioni agli aspetti sociali del gioco e alle ludopatie.

Nel 2011 gli italiani hanno speso 79,9 miliardi in scommesse e lotterie. Non è un campanello d’allarme?
L’effettiva spesa dei giocatori italiani è stata di 18,4 miliardi. Il resto è il cosiddetto payout, 61,5 miliardi di vincite tornate ai consumatori.

Il problema è anche che pochissimi vincono molto, tantissimi perdono.
Questo vale per pochi giochi come il Superenalotto, qualche vincita al Gratta e Vinci o – una volta – la Lotteria Italia. Ma dei 18 miliardi spesi, 8,7 vanno all’Erario, i rimanenti 9,7 compensano per il 50% la rete commerciale, per il 30% le imprese concessionarie, per il 20% altri soggetti della filiera. Se dividiamo la spesa per la platea dei giocatori – i 30 milioni che giocano una o due volte a settimana – sono meno di due euro al giorno. È intrattenimento.

Ma c’è anche chi si dissangua con slot machine e videopoker. E c’è finisce in mano agli usurai.
Queste degenerazioni esistono. Il codice vuole impedire che si spinga su comunicazioni commerciali che incentivino giochi a rischio.

Ma molti chiedono, come per il fumo, di vietare tout court la pubblicità del gioco.
Se seguissimo questo approccio ideologico, dovremmo allora vietare la pubblicità al vino o ad altri prodotti che usati in eccesso portano a comportamenti compulsivi.
Il vino ha un aspetto culturale millenario e i suoi consumi non sono schizzati come le scommesse.
Sa perché il gioco è aumentato così? L’aumento comincia nel 2000 quando raccoglieva 15 miliardi di euro. Sono state legalizzate le scommesse sportive, eliminando il totonero che era in molti esercizi, poi i 600 mila videopoker completamente illegali, ora anche i giochi on line. Il sistema concessorio italiano ha recuperato così almeno 30 miliardi dal gioco illegale, ora in un circuito legale e controllato. Il gioco è sicuramente aumentato per l’offerta di prodotti nuovi. Forse anche troppo, dico io. Ma ha intercettato un mercato che era nell’illegalità, dove il giocatore era costantemente truffato e vinceva pochissimo.

Anche l’erario vince sempre di meno: i giochi che facevano incassare di più allo Stato ora sono snobbati.
Vero, si sta arrivando a un punto di stallo erariale. È indispensabile almeno salvaguardare quei 9 miliardi. Ma è l’interesse pubblico e sociale che deve guidare le scelte.

Sareste favorevoli a rimodulare le percentuali del prelievo fiscale tra i diversi giochi?
Ci sono limitati margini che possono garantire allo Stato una tranquillità erariale e un migliore posizionamento del gioco legale rispetto al gioco illegale residuo. L’interesse di tutti è consolidare i risultati acquisiti: stacchiamo il piede dall’acceleratore e regoliamo il mercato. A partire anche dal nostro codice, che punta alla tutela dei minori, ma anche a una comunicazione trasparente.

Magari informando anche delle reali possibilità di vincita dei giochi?
Non abbiamo preclusioni a entrare nello specifico delle possibilità di vittoria e di perdita. Nel Superenalotto e in altri giochi è già comunicata.

A una campagna come quella rivolta dai Monopoli agli studenti per il "gioco responsabile", che definiva «bacchettone» chi non gioca, cosa succederebbe?
Sono cose che non devono più esistere.
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