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Cronaca
Intervista
Welfare, la sfida di Brescia: collaborazione e zero gare
Massimo Calvi
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Brescia si prepara a diventare la prima città italiana libera dalle gare d’appalto e dalla competizione al ribasso nei servizi sociali. Una novità che, se avrà successo, ha tutte le caratteristiche per fare scuola e rivoluzionare l’ambito dei rapporti tra le amministrazioni locali, i soggetti che operano sul territorio e le comunità. La parola chiave è «co-progettazione». Che significa: uscire da una logica in cui l’amministrazione comunale individua il bisogno del territorio e affida la gestione del servizio attraverso una gara, per passare a una prospettiva nella quale il Comune incentiva la comunità a progettare insieme e a collaborare. 

A lanciare la sfida è l’assessore ai Servizi sociali e alla famiglia di Brescia, Felice Scalvini, 63 anni, uno dei padri della cooperazione sociale italiana e promotore di alcune delle più importanti iniziative di finanza per non profit. Il 'cantiere' è stato aperto un anno fa e merita di essere seguito, se non altro per la portata innovativa in un ambito, quello delle gare comunali per i servizi di welfare, che la cronaca recente – si pensi agli scandali di «Mafia Capitale» – ha mostrato aver bisogno di molta manutenzione.

Scalvini, che cosa vi ha spinti a lanciare l’obiettivo 'zero gare'?
Il contesto è profondamente cambiato rispetto a un tempo. Facciamo un esempio classico, quello delle badanti: è un welfare fai-da-te che in una città come Brescia costa alle famiglie 40 milioni l’anno, più di tutto il bilancio dei servizi sociali del Comune, che è di 27 milioni. Di fronte all’emergere di bisogni nuovi si tratta di trovare nuove modalità di intervento per essere ancora più vicini alle necessità del territorio. Il welfare non può più essere una questione della sola amministrazione comunale, come vorrebbe una visione ideologica superata, ma è la città nel suo complesso, la comunità, che deve mobilitarsi e organizzarsi con le sue istituzioni e le sue realtà locali.

Da che cosa si deve partire per incominciare a cambiare approccio?
Il primo cambiamento è di mentalità. Il Comune deve favorire la collaborazione sul territorio, non la competizione, deve sviluppare cioè la capacità di lavorare insieme. Non si può chiedere ai soggetti del sociale di competere tra loro al massimo ribasso, magari tagliando le buste paga dei lavoratori o lesinando sui servizi che offrono. Non parliamo di eliminare i bandi, che sono il modo per chiamare a raccolta le disponibilità del territorio, ciò di cui vogliamo fare a meno sono le gare, e trattandosi di co-progettazione la normativa lo consente. Il primo passaggio è stato istituire un Consiglio di indirizzo del welfare cittadino, al quale partecipano i 'portatori di bisogni', cioè le famiglie, e i 'produttori', le fondazioni, le cooperative sociali, gli organismi di volontariato, le associazioni.

Quali sono i primi risultati? Può fare
qualche esempio di cosa è cambiato?
Nell’assistenza domiciliare e nel sostegno multiprofessionale ai minori in difficoltà la prassi era indire una gara e poi acquistare ore-lavoro da alcune cooperative sociali che fornivano il personale per il servizio. Al nuovo bando hanno risposto le stesse tre cooperative di prima, ma è cambiato il modo di lavorare. Ci siamo messi a un tavolo insieme, il Comune ha indicato il budget a disposizione, e proprio in questi giorni abbiamo incominciato a ragionare su vari aspetti: le eventuali risorse aggiuntive delle cooperative, la possibilità di attirare altri finanziamenti, la ricerca di soluzioni nuove. Ora partirà una fase di lavoro per progettare insieme gli interventi necessari, con un orizzonte temporale di più di tre anni.

In questo processo scompare la competizione, che tuttavia può anche produrre efficienza e minori costi.
L’efficienza ha molti modi per declinarsi. Se non sono più in competizione tra loro le cooperative possono pensare di riorganizzarsi e anche fondersi per dare alla città soggetti molto più robusti e, soprattutto, specializzati su aree di bisogno e non sull’intermediazione di forza lavoro, capaci di risposte più complete. In questo senso l’amministrazione non 'chiede' più persone per fare, ma incentiva la qualificazione dei produttori. Il medesimo approccio di co-progettazione è applicato in diversi programmi rivolti ai giovani e per gli anziani di una zona. Stiamo anche lavorando per promuovere 'punti comunità' in ogni quartiere, gestiti in forma auto-organizzata dai soggetti sociali presenti e disponibili: l’obiettivo è ridisegnare le maglie della nostra presenza sul territorio in modo totalmente sussidiario. Un’altra novità riguarda le attività estive (Grest, camp, cre...), intendiamo dare alle famiglie un servizio di informazioni completo, così che sei mesi prima della chiusura delle scuole possano disporre di una grande guida di tutte le iniziative che la città offre per i loro figli, e magari un centro unico di iscrizione. Per farlo abbiamo chiamato a raccolta tutti i soggetti che organizzano centri estivi, associazioni, privati, parrocchie. Il processo ha spinto le realtà a incontrarsi, a riunirsi, a discutere tra loro per avviare forme di collaborazione. Questo è già un grande risultato.

La traduzione di certi principi richiede un cambio culturale forte. Come si comunica la novità e come si superano gli ostacoli?
L’intenzione è superare l’idea di amministrazione comunale come un Grande Vecchio che capisce i bisogni della gente e si preoccupa di ridistribuire le risorse dei cittadini affidandosi al meccanismo competitivo del libero mercato. La concorrenza non è necessariamente sinonimo di trasparenza e imparzialità. Si tratta di evolvere verso un meccanismo di collaborazione e dibattito nella comunità, dove la prima risorsa è la condivisione delle informazioni. Tutti i soggetti devono avere il massimo delle informazioni relative agli ambiti in cui operano, e tutti i buoni progetti dovrebbero essere messi in comune senza il timore che qualcuno li rubi, senza gelosie e con l’idea che insieme possiamo realizzare progetti migliori.

Che cosa la preoccupa più di tutto?
Da un lato si tratta di rimodellare la macchina pubblica, chiamata, nell’insieme e come singoli operatori, a saper svolgere una forte, costante e diffusa azione promozionale. Vi è poi la preoccupazione di fondo che il settore non profit, abituato a rapportarsi in termini competitivi sul territorio, fatichi ad aggiornarsi ora che è scoppiata la pace. Storicamente in Italia il mondo del sociale ha avuto due cattivi maestri: il primo sono le amministrazioni pubbliche, che troppe volte hanno generato relazioni solamente competitive o, peggio ancora, creato canali di relazione privilegiati e poco trasparenti, generando legami collusivi; il secondo è una certa cultura di management proposta al mondo cooperativo e al non profit, per la quale i bravi manager non devono tanto essere organizzatori di risorse e legami del territorio, ma piuttosto far crescere dimensioni e fatturati alla ricerca di presunte economie di scala. Questa impostazione, intrisa di una visione manageriale liberista, ha creato molte distorsioni e tanti problemi al sociale. Il welfare di un territorio ha invece bisogno di coprogettazione e collaborazione, perché questo non è un pezzo di mercato pubblico da conquistare. È per tale ragione che stiamo cercando di cambiare.
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