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Cronaca
 
«Violenza intollerabile a Rosarno»
ANTONIO MARIA MIRA
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«Siamo venuti per lavorare. Ma non possiamo più uscire la sera da soli perché ci picchiano con bastoni e catene. Non possiamo vivere con questa paura, è terribile». Così un giovane immigrato, con voce preoccupata ma pacata, si sfoga con Mario Oliverio, presidente della Regione Calabria. Siamo nuovamente alla tendopoli/baraccopoli di San Ferdinando e il governatore dopo gli articoli sulle aggressioni ai migranti e sul rischio di una nuova rivolta, ha voluto accertarsi personalmente della situazione. Proprio nel giorno della rivolta di 6 anni fa. «Ha ragione, è terribile – risponde al giovane africano –. Questi atti di violenza sono intollerabili. Sono delinquenti». E il ragazzo commenta: «Già viviamo in queste condizioni, non ci voleva anche questo...».

E Oliverio tocca con mano il dramma che vivono i 1.100 migranti che vivono qua, metà in baracche di rami e teli di plastica. Accompagnato dal giovane parroco, don Robero Meduri, e da Bartolo Mercuri, presidente dell’associazione 'Il Cenacolo' che assiste i migranti, gira tra tende e baracche. Si ferma alla baracca-moschea, entra nelle tende dove vivono due bimbi di 1 e 2 anni, nati a Rosarno. Parla coi volontari, chiede informazioni al coordinatore della Protezione civile regionale, Carlo Tanzi. «Aiutateci», quasi implora un migrante. «Sono venuto apposta per vedere cosa è possibile fare», risponde. «Il 92% ha il permesso di soggiorno – interviene un altro giovane –. Ci servono accoglienza e lavoro. Se lavoriamo potremmo anche pagare l’affitto di una casa.
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A Rosarno ce ne sono tante vuote...». Ma ora l’emergenza è la tendopoli. «È una situazione assurda – ammette Oliverio –. Tutti, a partire dallo Stato centrale, devono muoversi. Dobbiamo lavorare per un’accoglienza degna di questo nome. Pur non avendo competenza la Regione ha costituito un fondo di 300mila euro, ma questa è una questione nazionale. È una situazione insostenibile, va cancellata questa vergogna. Ma avendo un progetto». E aggiunge: «Voglio ringraziare la Chiesa e il mondo del volontariato, che con la loro azione cercano di alleviare le sofferenze». E ora si prova a intervenire. Nell’immediato si pensa di portare 20 container della Protezione civile, ma non basterà.

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«Si potrebbero utilizzare i capannoni industriali abbandonati », propone don Roberto. Cosa peraltro già fatta da oltre 400 migranti che occupano un’azienda sotto sequestro per una truffa alla Ue. Ci spostiamo anche qui. Fuori cumuli di rifiuti che nessuno raccoglie. Panni stesi e baracche. Allacciamenti precari per l’acqua. Niente luce né riscaldamento. Oliverio cammina tra centinaia di materassi messi a terra (ma non tutti ce l’hanno), ascolta nuovamente le spiegazioni di don Roberto e Bartolo, anche sulle difficoltà burocratiche per avere i documenti, soprattutto nei comuni. Carlo Tanzi fa un giro attorno alla struttura. C’è un grande piazzale in cemento, l’ideale per mettere i container. Il governatore convoca per oggi una riunione in regione con Enel, Sorical (l’ente regionale che gestisce il sistema idrico), Protezione civile e Asi (l’Area di sviluppo industriale dove si trovano tendopoli e capannoni). 

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 E questa mattina a Reggio Calabria il prefetto Claudio Sammartino terrà una conferenza stampa sia sulla condizione dei migranti che sullo scandalo del caporalato. Finalmente qualcosa si muove, anche se tardi. Si spera solo che la tensione si abbassi. La presenza delle forze dell’ordine è massiccia, sia alla tendopoli che nel paese. Anche con auto civili. Sono state riattivate alcune telecamere del sistema 'Piana sicura' all’interno dell’Asi. E si tengono costantemente monitorati siti e profili facebook su cui, purtroppo, continuano a comparire messaggi intolleranti.


Tra gli investigatori c’è impegno ma anche preoccupazione. «Dietro le aggressioni ci potrebbe essere il messaggio 'qui comandiamo noi, non fate rivendicazioni nè proteste' che viene dall’ambiente mafioso». Che è strettamente collegato a quello economico e politico, responsabile di questa intollerabile situazione di sfruttamento. Un motivo in più per tenere alta la guardia.
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