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Cronaca
Un caso politico
Torture, silenzi e misteri. La morte di Giulio Regeni
FEDERICA ZOJA
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Temeva per la sua vita, Giulio Regeni, il ragazzo di 28 anni scomparso al Cairo. La sua è stata «una morte lenta» avvenuta dopo una serie di torture indicibili. In poche ore la fine tragica del ragazzo italiano che viveva in Egitto, sparito nel nulla da giorni, si è subito trasformata in un grande mistero per gli investigatori e in un complicato caso politico.

Regeni era in Egitto in qualità di ricercatore borsista per la University of Cambridge. Il suo corpo è stato rinvenuto sotto un viadotto della superstrada che collega la megalopoli egiziana ad Alessandria d’Egitto, nel governatorato di Giza. Era scomparso il 25 gennaio, quinto anniversario della Giornata della rabbia egiziana, l’incipit della rivoluzione che condusse alle dimissioni il presidente Hosni Mubarak, l’11 febbraio 2011.

All’agenzia di stampa Associated Press, il procuratore egiziano Ahmed Nagi ha riferito che sul corpo dello studioso, «incluso il viso, ci sono segni di bruciature di sigaretta, tortura, ferite da coltello». La medesima versione era già stata riportata dal sito web del quotidiano al-Watan in mattinata. Segni di tortura, 12 coltellate al petto e alle spalle, parti di orecchie mozzate, la parte inferiore del corpo nuda: è il tragico quadro presentatosi alla polizia.

In serata, fonti investigative italiane hanno riferito di una ferita alla testa inferta con un corpo contundente, che potrebbe essere all’origine del decesso. Il corpo è stato restituito dalla polizia egiziana all’ospedale italiano Umberto I del Cairo, dove è stata condotta l’autopsia.

La sensazione è che le autorità egiziane siano in forte difficoltà. In un primo tempo, l’ipotesi di un omicidio di stampo islamista a firma degli affiliati al cosiddetto Stato islamico, è stata riportata dall’agenzia Reuters, con virgolettati di anonimi funzionari. Poi, la lista delle ipotesi si è arricchita di un incidente stradale e di una rapina finita male. La polizia smentisce ancora evidenze di un omicidio.

Sul fronte diplomatico, i contatti sono stati immediati: a Roma l’ambasciatore della Repubblica Araba d’Egitto, Amr Mostafa Kamal Helmy, è stato convocato dalla Farnesina per informazioni e chiarimenti. È stato un «atto criminale », ha detto il diplomatico egiziano. A Londra, invece, il ministro Paolo Gentiloni ha avuto un confronto diretto con l’omologo Sameh Shoukry. In serata, è intervenuto il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi che, in una telefonata al premier Matteo Renzi, ha detto di voler «perseguire ogni sforzo per togliere ogni ambiguità» e «svelare tutte le circostanze» della morte di Giulio.  Un team di sette uomini italiani è atteso oggi al Cairo. 

La giustizia italiana, infatti, ha aperto un’inchiesta per omicidio a carico di ignoti, coordinata dal procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. «Un crimine così efferato non può rimanere impunito», ha detto il capo dello Stato, Sergio Mattarella. 

Giulio, i cui studi includevano lingua e letteratura araba, si occupava di movimenti operai e sindacati indipendenti: era in contatto con figure dell’opposizione politica. E soprattutto ne scriveva sotto pseudonimo per il quotidiano italiano Il Manifesto. Una giornalista egiziana, ha riferito ieri Radio Popolare, ha notato proprio il 25 gennaio uno straniero alla fermata della metro di Giza: la polizia lo stava arrestando.

A Giza, nel 2013, sempre il 25 gennaio si erano verificate manifestazioni imponenti. Forse Regeni era andato là a verificare la presenza di cortei. Anche un amico egiziano, parlando anonimamente al quotidiano filo-governativo al-Ahram, ha rivelato l’interesse del ricercatore per i dissidenti politici. «Giulio non nascondeva di temere per la propria incolumità», hanno detto i colleghi de Il Manifesto.
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