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Ddl Cirinnà
Stepchild, tempi più lunghi per unire il Pd
Marco Iasevoli
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Il nodo è complicato, e la decisione che il Pd si avvia a prendere è finalizzata a guadagnare tempo. Il 22 gennaio, giorno in cui scade la possibilità di presentare emendamenti, i senatori dem porteranno più proposte di modifica all’articolo 5, quello che norma l’ormai famosa stepchild adoption per le coppie gay. Dall’affido rafforzato a varie e molteplici tonalità di stepchild ristretta, una pluralità di possibilità che consentono al gruppo di continuare a trattare ben oltre il 28 gennaio, giorno in cui la legge arriva in aula per le pregiudiziali di costituzionalità (a scrutinio palese, quindi prive di pericolo politico) e l’avvio della discussione generale. «Non indietreggiamo di un millimetro», è la frase che concede a beneficio delle agenzie di stampa Lorenzo Guerini, vicesegretario dem. Ovvero, chiarisce, «c’è un obiettivo del governo e del partito di dare al Paese una nuova legge sulle unioni civili».

Quanto ai «punti delicati», c’è il «dovere del Parlamento di trovare una condivisio- ne più ampia possibile, dopodiché si voterà». Nulla di nuovo. L’unico 'diktat' di Renzi al Pd che sarà confermato nell’attesa direzione di domani - è quello di non portare il ddl su un binario morto. Che poi alla fine del percorso ci sia o no la stepchild, attiene - nella visione di Palazzo Chigi - alla libertà di coscienza e agli esiti dei numerosi voti segreti che si alterneranno in Aula. Insomma al momento gli scenari sono due. Uno: i senatori pd trovano un’intesa, cambiano l’articolo 5, rinunciano a Sel ed M5S (sulla cui tenuta ci sono molte perplessità al Nazareno) e riconquistano qualche voto di Area popolare e Forza Italia (assicurandosi, però, che la mediazione tenga anche alla Camera e che la sinistra dem non voglia reintrodurre la stepchilda Montecitorio). Due: l’accordo non arriva e tutto si gioca sui voti segreti relativi allo stralcio dell’articolo 5 sulle adozioni o alla sua sostituzione con l’affido rafforzato. 

Con la mossa di presentare più emendamenti correttivi, dunque, il Pd si prende il tempo di negoziare anche mentre si discute in Aula. Oltre a quello sull’affido rafforzato, ce ne saranno diversi che renderanno più vincolante il divieto di ricorrere all’utero in affitto e comunque tenderanno a «scoraggiare» - così si esprimono i mediatori - quell’automatismo inevitabile che insorge tra maternità surrogata e adozione. Ovviamente poi bisognerà monitorare anche gli emendamenti di Area popolare e delle opposizioni, in particolare quelli che potrebbero presentare o appoggiare centristi come Cicchitto che da giorni spingono per il dialogo. In tutto questo gioco le manifestazioni non sono un fattore irrilevante. Non solo i numeri, ma anche i toni e i linguaggi del 23 (quando sfileranno le associazioni Lgbt) e del 30 (il corteo pro-famiglia organizzato dal comitato Difendiamo i nostri figli) avranno un’eco sul clima in Senato.

«Il nostro 'no' è al ddl in toto, è una legge inaccettabile da ogni punto di vista», spiega su Radio Vaticana il portavoce del comitato che ha organizzato anche la manifestazione del 20 giugno, Massimo Gandolfini. «Vogliamo mostrare – continua – un popolo di persone civili che non dichiara guerra a nessuno ma che vuole mostrare la bellezza della famiglia che viviamo tutti i giorni». Il popolo di piazza San Giovanni si radunerà due giorni dopo il primo e interlocutorio approdo in Aula del testo. Il 28 gennaio infatti si voteranno soltanto le pregiudiziali di costituzionalità. Poi stop e ripresa la settimana successiva, con l’esame degli emendamenti (che saranno tanti e sui quali non c’è aria di forzature sui tempi). Il voto finale potrebbe arrivare nella seconda settimana di febbraio.
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