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Cronaca
La strage di Bruxelles
La condanna dei musulmani d'Italia: sono belve 
Diego Motta
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L’islam italiano condanna «senza se e senza ma» la «pseudospiritualità della violenza e dell’odio» incarnata dai terroristi. Lo aveva fatto dopo la mattanza del Bataclan a Parigi, a novembre, lo fa adesso che la controffensiva fondamentalista ha messo nel mirino Bruxelles. «Questi criminali dimostrano una volta di più che il loro obiettivo è dividere l’Europa e dividere i musulmani» afferma Izzedin Elzir, leader dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche del nostro Paese, che ieri sera è sceso in piazza a Firenze insieme ad altri musulmani e ai cittadini italiani per manifestare contro l’orrore. «Abbiamo il dovere etico, religioso e civile di far fronte a tutto questo in modo unitario, aumentando la collaborazione e il dialogo con la società civile e con le forze dell’ordine».

La pubblica condanna del jihadismo, con la denuncia di chi bestemmia uccidendo in nome di Allah, è il filo conduttore della reazione ai due massacri, ma adesso appare solo come la premessa per la vera sfida che attende i credenti musulmani e non solo: la battaglia delle idee. Oggi se possibile i toni sono ancora più duri. «Se sapessimo chi sono questi fondamenta-listi, li avremmo già segnalati da un pezzo alle pubbliche autorità. La verità è che non abbiamo strumenti per isolare i terroristi, in un momento storico in cui tutta l’Europa vive un crescendo di radicalizzazione, in ambito politico e religioso» spiega Sumaya Abdel Qader, ricercatrice e scrittrice, nonché membro del Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano.

«È necessario lavorare sulla coesione sociale e sulla ricerca di nuovi strumenti per uscire dalla morsa estremista, che nasce dal nulla assoluto, coperto soltanto dalla propaganda ». Il sottinteso è che non è solo la strumentalizzazione dell’islam il potenziale pericolo, almeno secondo le comunità musulmane d’Italia, a cui non sono sfuggite ad esempio in questi giorni le sottovalutazioni operate nelle cancellerie occidentali degli attentati avvenuti in Turchia. «Ci sono stati due fatti di sangue enormi in questa settimana ma nessuno ne ha parlato» sottolinea Izzedin Elzir.

«Eppure Ankara, pur se fuori dall’Ue, è fondamentale per gli equilibri culturali e politici del Vecchio continente – continua Sumaya Abdel Qader –. Non possiamo accettare condanne selettive, perché tutto nella logica del terrore è collegato e noi siamo incapaci di rispondere ». Per questo non piace la definizione di islam europeo. «Preferisco che si parli di cittadini italiani ed europei di fede islamica – spiega il capo dell’Ucoii – che al pari di altri vogliono lavorare per creare più punti di incontro e di dialogo, abbattendo i muri che purtroppo ci sono». È in questo percorso che le comunità islamiche chiedono di essere legittimate come interlocutori veri dei governi e dell’opinione pubblica, di essere cioé «riconosciute alla pari, potendo contare anche su spazi adeguati come le moschee, per vivere pienamente la nostra fede» aggiunge Sumaya. Implicita appare, in questo senso, la critica al modello francese della laicité, più proiettato a cancellare i simboli religiosi in nome di una malintesa uguaglianza che a riconoscere le diversità come un’opportunità di integrazione. 

«Perché l’estremismo attecchisce laddove c’è un vuoto spinto, religioso e culturale » spiega la rappresentante del Caim. «Non hanno colpito solo il Belgio, ma tutta l’umanità » ribadisce Elzir, che non ha dubbi sulla «regia unica degli attacchi fondamentalisti. Siamo al franchising del terrorismo, al moltiplicarsi di sigle che fanno a gara per realizzare gli eccidi peggiori. Mai come adesso serve una risposta collettiva ferma ed efficace, in grado di ripristinare la sicurezza per le nostre comunità ». Basta dunque con una «minoranza criminale che vuole tenerci in ostaggio», anche perché «i nostri giovani sono veramente assuefatti. Si chiedono: ma noi cosa c’entriamo con loro?». Per le terze generazioni di musulmani italiani, Salah Abdeslam e i suoi fratelli sono altro. «Fino a qualche tempo fa, qualche ventenne poteva cadere nella retorica jihadista – racconta Sumaya Abdel Qader – ora non più. Perché vedono che loro muoiono tutti i giorni e che non hanno nulla a che fare con noi. Sono solo delle belve».
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