sabato 26 settembre 2015
Clinica statunitense in tour. Il racconto di un attivista di ProVita che si è infiltrato all'incontro fingendosi "cliente".
COMMENTA E CONDIVIDI
In Italia è una pratica illegale, vietata dalla legge 40 del 2004, ma la maternità surrogata (conosciuta anche come “utero in affitto”) viene comunque pubblicizzata con tanto di “tariffario” delle diverse prestazioni. Pratica, pure questa, vietata dalla normativa: «Chiunque – si legge al comma 6 dell’articolo 12 – in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600mila a un milione di euro».  È successo mercoledì in un appartamento di Milano, dove l’associazione Prepara ha promosso un incontro con il medico statunitense Said Daneshman, della clinica The Fertility Center. Durante due ore di conferenza, il ginecologo ha spiegato, si legge nella pagina Facebook dell’evento, creata da Prepara, «come si svolge una gestazione per altri, come si scelgono le donatrici e le gestanti, che tipo di medicinali devono assumere, come si creano gli embrioni, come e quando si trasferiscono, le percentuali di successo e ogni altro dettaglio medico».  A quest’incontro hanno partecipato due attivisti dell’associazione Pro Vita, dedicata a Chiara Corbella-Petrillo per promuovere i valori della vita, dal concepimento fino alla morte naturale e della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. I due, fingendosi una coppia gay desiderosa di avere un figlio, sono riusciti a farsi invitare. Il luogo esatto della conferenza, infatti, era comunicato via mail soltanto agli iscritti. Ecco come è andata, dalla testimonianza di uno di loro, che chiameremo Luciano. «I partecipanti erano 25 – racconta il giovane – principalmente coppie omossessuali, tre coppie eterosessuali e un single. Dopo una breve presentazione, si è subito parlato dei costi di un bambino partorito da una madre surrogata. Anzi, la parola “madre” non è mai stata pronunciata. Si è sempre e solo parlato di “surrogata” o di “gestante”. La donna, insomma, in questa visione della “maternità”, è ridotta a mera macchina per gravidanze».  Le cifre fornite durante l’incontro, riportate da Pro Vita anche sul proprio sito Internet, dove è pubblicato un resoconto della serata, variano a seconda del servizio richiesto. Si tratta comunque di una soluzione per portafogli capienti. Per l’acquisto di ovuli, il tariffario oscilla tra i 5mila e i 10mila dollari, mentre per il compenso della madre surrogata si va dai 15mila dollari per una donna canadese ai 30mila per una americana. Prepara, infatti, lavora «con le migliori agenzie e cliniche» di questi due Paesi.  «La differenza di prezzo – continua Luciano – è dovuta ad aspetti assicurativi e legali. Ci hanno spiegato che, mentre negli Stati Uniti è legale stipendiare una donna perché porti avanti una gravidanza conto terzi, in Canada è previsto solo un rimborso spese. Inoltre, in Canada l’assistenza sanitaria è gratuita, mentre negli Usa bisogna ricorrere a un’assicurazione privata».  Il “prezzario” proposto da Prepara, sempre stando al racconto dell’attivista di Pro Vita, prevede poi una spesa di 10mila dollari per un esame dell’embrione, mentre servono tra i 2mila e i 5mila dollari per un esame del feto alla decima settimana. Che, in caso di esito del test non gradito, potrà così essere abortito. Complessivamente, una coppia (etero o omosessuale) ma anche un single che si dovesse rivolgere a Prepara, potrebbe arrivare a spendere tra i 75mila e i 120mila dollari.  «Durante l’incontro – prosegue Luciano – ci hanno pure spiegato come rientrare in Italia, una volta ottenuto il bambino, aggirando le leggi che vietano la maternità surrogata. Basta fare scalo in un altro Paese europeo e ufficializzare presso le autorità competenti che si sta rientrando con il proprio figlio di pochi giorni o settimane. Successivamente, si potrà entrare in Italia senza problemi. Lo ha confermato una coppia presente, raccontando di loro amici gay che hanno diversi bambini e non hanno avuto nessun problema».  Ed è questa apparente “normalità” con cui viene presentata la pratica dell’utero in affitto, che più preoccupa i due attivisti di Pro Vita. «Mi sconvolge l’idea che possa essere considerato accettabile acquistare un figlio – conclude Luciano –. Significherebbe perdere del tutto la capacità di dare valore alla vita umana».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI