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Adriatico
Il governo fa retromarcia sulle trivelle
Paolo Ferrario
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Trivelle

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Niente trivellazioni petrolifere in mare entro le dodici miglia dalla costa. Lo ha deciso ieri il ministero dello Sviluppo economico, rigettando 27 domande per le ricerche offshore di petrolio e gas, tra cui quella di Ombrina Mare, in Abruzzo. Nove istanze, si legge in una nota del Mise, «interamente ricadenti entro le 12 miglia, sono state completamente rigettate, mentre altre 18, soltanto parzialmente ricadenti entro le 12 miglia sono state rigettate per la parte interferente». Esultano le associazioni ambientaliste, con Legambiente che parla di «ottima notizia».

«È una gran bella vittoria per Ombrina Mare e per tutti quei territori minacciati dalle trivelle – commenta la presidente Rossella Muroni –. Ora però l’esecutivo Renzi dimostri concretezza, trasparenza e impegno anche per la tutela del mare oltre le dodici miglia con una moratoria che blocchi qualsiasi autorizzazione relativa alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi a mare e a terra, per affrontare anche le questioni irrisolte». Tra queste, Legambiente mette al primo posto la politica energetica del Paese, chiedendo all’esecutivo di definire «al più presto un piano energetico nazionale per il clima e l’energia che punti alla decarbonizzazione dell’economia». Per il Wwf, lo stop alle trivelle è «una vittoria della mobilitazione» dei territori, che ora prosegue con il referendum, recentemente ammesso dalla Corte Costituzionale. A questo riguardo, da più parti si invita il governo ad accorpare la consultazione popolare alle elezioni amministrative, prevedendo un Election day.

«Trivellare a Ombrina Mare – osserva la presidente del Wwf, Donatella Bianchi – sarebbe stato uno scempio proprio mentre si fanno finalmente i passi necessari per la costituzione del parco nazionale della Costa Teatina. Ora non dimentichiamo gli altri fronti aperti, dal Canale di Sicilia alle Isole Tremiti». Sul referendum punta quindi il responsabile della campagna Energia e clima di Greenpeace Italia, Andrea Boraschi. «Dal momento che presto sulla questione dovranno dire la loro gli italiani – osserva Boraschi – un governo serio provvederebbe intanto a una moratoria sulle trivelle, garantendo al contempo la massima partecipazione al referendum con un election day. Accorpare referendum e primo turno delle prossime amministrative comporterebbe anche un risparmio tra i 350 e i 400 milioni di euro di soldi pubblici. È ben più di quello che lo Stato ricava ogni anno dalle misere royalties che l’Italia impone a chi trivella i nostri mari». Di «prima, concreta vittoria» parla infine il Coordinamento No Triv, tra i sostenitori del referendum, promosso da 10 Consigli regionali.
 
«I provvedimenti di rigetto riguardano solo i procedimenti in corso entro le 12 miglia marine – spiega Carmela Lapadula del Coordinamento – ma non i permessi e le concessioni già rilasciati, come ad esempio il recente permesso di ricerca che interessa le Isole Tremiti». Secondo i “No Triv”, «il voto si caricherà anche di un forte significato politico: decidendo di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia senza limiti di tempo, si darà un segnale al governo per uscire progressivamente e rapidamente dall’era del petrolio, investendo nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica ». Infine, Francesco Masi dei “No Triv” Basilicata informa che «davanti alla Corte costituzionale pendono ancora due ricorsi presentati da sei Regioni: il recupero del quesito referendario sul “Piano delle aree” consentirà alle Regioni di concordare, insieme allo Stato, se e dove autorizzare le attività petrolifere sia in terraferma sia in mare, evitando che lo Stato decida senza rispettare la volontà dei territori».
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