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Cronaca
Caso Alpi-Hrovatin
Caso Alpi-Hrovatin, le carte desecretate
UMBERTO FOLENA
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Povera Ilaria Alpi e povero Miran Hrovatin. A quasi 22 anni dal loro omicidio a Mogadiscio la verità sembra sempre più affondare in un guazzabuglio putrescente fatto di rifiuti tossici di cui infarcire l’ospitale Corno d’Africa, in cambio di armi per le milizie dei signori della guerra, con navi ormeggiate dal carico che puzza, in tutti i sensi, e la nave della verità a beccheggiare in alto mare. Il quotidiano della città di Hrovatin, 'Il Piccolo' di Trieste, riporta alcune delle carte desecretate dopo dieci anni.

Carte che riportano stralci di telefonate dell’imprenditore Giancarlo Marocchino a partire dal 23 maggio 2005. Perché intercettarlo? La Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite intendeva appurare se Marocchino fosse «effettivamente e attualmente dedito a svolgere attività connesse al traffico illecito di rifiuti». 

Ma che cosa c’entra Marocchino con Ilaria Alpi e Milan Hrovatin? C’entra eccome. Marocchino, il 20 marzo 1994, fu il primo a giungere sul luogo del delitto e a trasferire le salme sulla sua auto; e fu lui a reperire a spedire in Italia, per la Commissione d’inchiesta Taormina, il pick-up Toyota sul quale di due giornalisti sarebbero stati uccisi, ma che la Procura dichiarò non compatibile con quello dell’omicidio. Già, chi era Giancarlo Marocchino? «Le cronache del periodo dell’omicidio – si legge nei documenti desecretati – accreditano il Marocchino come smaltitore di rifiuti, trasportatore di armi, fornitore di servizi di accompagnamento ad Agenzie internazionali e fornitore di scorte armate alla stampa estera (vedasi caso 'Ilaria Alpi'), nonché consegnatario abusivo ma tollerato di beni rilevantissimi di proprietà dell’Amministrazione italiana in Somalia perché oggetto di rimborso Sace e da lui noleggiati a carissimi prezzi alla stessa Amministrazione, inclusa quella del-l’Esercito italiano in missione, nonché fornitore di servizi vari alla Missione Ibis ritenuti preziosi dal generale Fiore».

E che cosa troviamo nelle intercettazioni di ben 11 anni dopo il duplice delitto? Si parla di cemento, motori e farmaci dall’Italia alla Somalia. Di una nave canadese che custodirebbe nella stiva centrale «un carico secco rottabile e 5000 tonnellate di acido solforico, la fine del mondo». Si parla soprattutto di gomme triturate. Un tale Baldini riferisce a Marocchino che a Livorno un’azienda starebbe triturando le gomme, pressandole in blocchi, «che ci fanno il ciabattato, il Marocco la prende per fare le strade e può servire alla Somalia per fare l’appoggio delle navi nei porti, ma possono diventare anche suolette, mi segui... però te sai che queste gomme a un certo punto poi eh, andrebbero portate allo smaltimento». Marocchino si sente al sicuro, tanto che il primo giugno 2005 confida al figlio Gabriele: «Sono in una botte di ferro, perché di fianco a me c’ho i servizi, puoi capire». 

Di sicuro, diventa sempre più difficile credere che Ilaria e Miran finirono uccisi nel corso di una rapina. Conducevano indagini pericolose. Rifiuti tossici? O un traffico d’armi internazionale gestito dalla Cia, come ipotizzato nella docu-fiction di Rai3 dello scorso 11 aprile? Intanto, nel giugno scorso Hashi Omar Hassan, condannato a 26 anni per l’omicidio, è stato rilasciato dopo 16 anni di carcere, grazie all’indulto e alla buona condotta. Il suo accusatore, Ahmed Ale Rage detto 'Jelle', ha ritrattato: ha detto il falso per denaro. Otto processi, quattro commissioni parlamentari e il pantano è sempre più appiccicoso.
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