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Il caso
Mafia e beni confiscati: «Basta fango su Libera»
Diego Motta
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«È da molti mesi che attorno a don Luigi Ciotti tira una brutta aria. È giunto il momento di dire basta». Il mondo cooperativo fa quadrato intorno al fondatore di Libera, dopo le accuse pesanti lanciate da un magistrato antimafia, Catello Maresca, sulla gestione dei beni confiscati alle cosche e sull’impegno dell’organizzazione fondata dal sacerdote torinese. Le cooperative, cui sono stati affidati immobili e aziende agricole sequestrate ai boss, vengono peraltro chiamate in causa anch’esse dal pm, che le definisce «non sempre affidabili», «false e con il bollino», «multinazionali» che agiscono in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. «Basta coi giudizi generici da parte di persone che non sanno di cosa parlano – sbotta Mauro Lusetti, presidente nazionale di Legacoop –. Il contributo che Libera ha dato in questi vent’anni alla ricostituzione di un tessuto di legalità in tante parti d’Italia è stato fondamentale». «Non è la prima volta che si tenta di delegittimare e gettare fango sull’impegno di chi è in prima linea contro la criminalità – osserva il numero uno di Confcooperative, Maurizio Gardini –. Pur avendo il massimo rispetto per chi ha pronunciato quelle parole, sono rimasto sorpreso e preoccupato. Anche perché, insieme a don Luigi, siamo i primi ad essere parte lesa. Succede tutte le volte che, nelle maglie della legge, finiscono per inserirsi realtà che nulla hanno a che fare con lo spirito di legalità e trasparenza che portiamo avanti».

La paralisi amministrativa.  Siamo di fronte a una solidarietà obbligata, motivata magari col fatto che molte coop hanno avuto in gestione terreni e ville sequestrati a Cosa nostra? No, è l’esatto contrario. Il terzo settore ha tutto l’interesse a reagire contro il rischio di infiltrazioni illegali, che è «reale», ha ammesso Ciotti. Sarà perché la ferita di Mafia Capitale è ancora aperta, sarà perché la voglia di fare pulizia dentro il settore è alta (sono state 100mila le firme raccolte lo scorso anno contro le false coop) fatto sta che la polemica scatenatasi intorno a Libera ha provocato una reazione immediata. «Chiariamo subito – osserva Lusetti –: se ci sono stati errori e infrazioni, vanno puniti. Ma rifiuto l’idea che migliaia di persone perbene, ragazzi e giovani che lavorano per stipendi mediamente bassi, possano fare affari con l’antimafia». Il nodo è un altro e attiene alle lentezze e ai ritardi della normativa: in questi vent’anni c’è stata infatti una fortissima azione di contrasto, attraverso i sequestri, da parte di polizia e magistratura contro i beni delle cosche. Ma dopo il contrasto sul campo, è subentrata la paralisi. Amministrativa, innanzitutto. «È rimasta un’inadeguatezza di fondo nel recupero, nella gestione e nella riassegnazione delle ricchezze bloccate. Ci sono state troppe difficoltà in questo campo – continua Lusetti –. Per questo chiediamo maggiore efficienza: ogni bene confiscato che non si riesce a portare a nuova vita è un’occasione persa». C’è una necessità stringente di «sveltire i processi e di ridurre i tempi che intercorrono dal sequestro all’affidamento» dice Gardini, senza dimenticare «il valore simbolico dello spregio consumato ai danni dei clan, nelle stesse terre in cui da sempre hanno dettato legge: che si tratti di agricoltura sostenibile, di ristorazione, di servizi a favore delle comunità, la vittoria della legalità in contesti sociali difficili dà sempre fastidio».

Oltre le intimidazioni. Quanto ai condizionamenti 'ambientali' per i dipendenti soci che lavorano in queste zone, «la nostra risposta è sempre la stessa: chiedere più partecipazione alla vita dell’impresa sociale, più formazione, massimo rigore » spiega il numero uno di Legacoop. «Possiamo contare su migliaia di giovani animati dal miglior senso civico e tutto questo è una grande ricchezza – spiega il presidente di Confcooperative –. Ma resta decisiva la visione e la conoscenza dei meccanismi d’impresa. Non ci si improvvisa alla guida di aziende agricole o di alberghi confiscati alle mafie. Per questo, occorre lavorare al nostro interno per garantire i massimi standard di professionalità». Tanto più che lo strumento giuridico delle cooperative è utilizzato con grandissima facilità da chi vuole approfittarne, per delinquere o fare affari sulla pelle delle vittime. Non va dimenticato che ogni giorno la cronaca è piena di intimidazioni, agguati, minacce nei confronti di chi prova a muoversi in un solco nuovo, fatto di legalità e solidarietà. «Libera in questi anni è stata pietra d’inciampo per molti – riconosce Gardini – spesso sostituendosi anche a soggetti istituzionali che hanno fatto fatica a restare a fianco dei cittadini». Servirebbe un colpo di coda di tutto il sistema, «un gesto di grande coraggio per dare un segnale che le istituzioni possono vincere e riaffermare la legalità». Gli attacchi di Franco La Torre prima e di Maresca poi, senza dubbio pesano, «ma se ci sono patologie vanno rese chiare, non va fatto un attacco generico. Siamo pronti a fare la nostra parte per difendere un patrimonio che, dal basso, ha dimostrato di poter cambiare l’Italia».
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