venerdì 8 aprile 2016
​In una zona franca dello scalo due bambine profughe e sole, arrivate in Turchia via mare, aspettano ogni sera i genitori.
Istanbul, in aeroporto 2 bimbe siriane fantasma
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Istanbul, aeroporto Ataturk. Qui la metropoli turca, sdraiata tra due continenti, lascia l’Asia e diventa Europa. Migliaia di passeggeri ogni giorno transitano come formiche impazzite. Non si accorgono di Leena e Inaya (nomi di fantasia) che da giorni aspettano: giocano, mangiano, dormono lì, in attesa di qualcuno. Vivono in un limbo senzaa nome, oltre il controllo passaporti e i metal detector, ma al di qua del controllo biglietti e della zona imbarco. Non partono e non arrivano. Ma qualcuno le ha portate lì, probabilmente perché stiano al 'sicuro', dimenticando la tutela che un Paese civile deve dare ai bambini. Chissà quando, dalla riva siriana mani amorose le hanno sollevate e poste su un barcone: «Salvatevi, noi vi raggiungeremo, non abbiate paura». Lo racconta la più grandina, 10 anni circa, al passeggero italiano che si accorge di loro. Si chiama Paolo Gentili: «C’erano altri bambini e uno o due adulti, ma non è facile avvicinarli – racconta –. Sono liberi di entrare e uscire, ma i viaggiatori non possono accedere alla zona, una specie di porto franco in cui i bimbi fantasma sono pressoché invisibili. Ho passato a Inaya qualche soldo ed è corsa al fast food a comprare panini per quelli che forse erano fratellini. Di certo Leena è sua sorella, hanno viaggiato insieme dalla Siria. Avrà sui 4 anni».  Difficile immaginare quale dramma può indurre madri e padri a consegnare i propri figli a uomini sconosciuti e pagarli perché li portino via: il mare è il male minore. Forse Leena e Inaya si aggrappavano alle  loro braccia, perché è meglio la guerra con mamma e papà che la pace soli al mondo, e dall’abbraccio i genitori si sono sciolti. Certamente le hanno guardate fino all’ultimo, quando le manine sono diventate un punto all’orizzonte. «La mamma ha detto dove aspettarla, arriveranno presto», è fiduciosa la grandina. Tutte le sere prima di dormire esce dall’aeroporto e va a una metropolitana, dove hanno appuntamento, finora non è arrivato nessuno. «È una situazione che si sta verificando spesso, da quando si è creato questo flusso di migranti dalla Turchia verso la Grecia e poi su per i Balcani», commentano a Istanbul dall’Acnur, l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu, «ma di questo caso non sapevamo ancora nulla e prenderemo subito informazioni». Due i tipi di emergenze tra i piccoli profughi, spiega Carlotta Sami, portavoce dell’Acnur: «Da una parte i minori non accompagnati, cioè partiti già da soli e con un obiettivo ben preciso», in genere di raggiungere qualche parente in Europa. «Dall’altra i minori separati, che i genitori li hanno persi durante questi viaggi terribili, magari nella calca, o durante i soccorsi in un naufragio. Ci sono storie drammatiche di genitori che non trovano più i figli». Chissà se quelli delle due sorelle siriane sono già salpati e su quale lido sono arrivati: «Dove siamo?», la domanda dei profughi che toccano terra. L’italiano mostra la foto delle piccole profughe. Sorridono con la scatola di dolci appena ricevuta, «subito dopo Inaya è corsa alla metropolitana, era sera e andava ad aspettare».
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