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Cronaca
Il progetto pilota
Corridoi umanitari, le storie dei siriani arrivati
Luca Liverani
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​L'arrivo delle famiglie siriane, ieri a Fiumicino (Lapresse)

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C’è Mariam, 71 anni, che parla solo assiro, e verrà assistita a Roma da una coppia di anziani come lei. C’è Diya, 10 anni, costretto alle stampelle da una bomba, che a Vigorso di Budrio, vicino Bologna, avrà una 'gamba nuova'. C’è Rasha, 35 anni e tre figli, che con la guerra ha smarrito il marito e la vista, ma non dispera di ritrovare entrambi. Eccoli i richiedenti asilo, sbarcati in Italia in tutta sicurezza grazie a questo esperimento umanitario che coniuga la prima exit strategy europea dall’inferno siriano - attivato dalla società civile in collaborazione con le istituzioni - con il meccanismo dello sponsor, che garantirà vitto, alloggio e integrazione ai profughi.

Non hanno rischiato la roulette mortale della traversata. E non rischia nulla nemmeno l’Italia, perché così sa esattamente chi arriva, dove va, che storia ha alle spalle. Vengono da Homs, Aleppo, Hama, Damasco e Tartous, sono per lo più musulmani, ma anche cristiani. Hanno passato in media tre anni in Libano, in campi profughi informali come a Tel Abbas, a pochi chilometri dalla Siria, o in altri alloggi di fortuna. «Fino a due anni fa anche noi pensavamo di prendere la via del mare, rischiando la vita - confessa Fausi, uno dei richiedenti protezione - ma grazie a Dio siamo stati fermati. E con questa operazione siamo riusciti a partire per l’Europa in maniera sicura».
 
Come Badee’ah, che ha 53 anni e a Tel Abbas tutti chiamavano 'mamma'. Perché quando c’era un problema o un consiglio da chiedere, andavano da lei. Fuggita da Homs insieme ai parenti - in tutto 7 famiglie - si è sistemata nelle baracche a Nord di Tripoli. Lì ha trovato il conforto dei volontari della comunità Papa Giovanni XXIII, prima che arrivasse un giorno la buona notizia dei corridoi umanitari. Da allora Badee’ah ha convinto tutti ad attendere la partenza per Roma, evitando i viaggi della disperazione che avevano già causato troppi morti, anche ai suoi vicini di baracca che hanno pagato un trafficante ma sono annegati nel tentativo di raggiungere l’Europa.
 
O come Mariam, che a 71 anni cerca una nuova vita. È tra le più anziane del gruppo. E non è facile a 71 anni, lasciare tutto e ricominciare lontano dal suo paese. Mariam è cristiana e non conosce l’arabo, parla solo la lingua assira. Proviene da Al Hasaka, città nel nord della Siria abitata in prevalenza da curdi. Da lì è dovuta scappare all’arrivo del Daesh per evitare di essere uccisa o rapita. In Libano ha trovato una sistemazione precaria: un ex lavatoio con un letto e una stufetta. È rimasta sola perché tutti i suoi parenti sono emigrati. A Fiumicino è venuto ad accoglierla un nipote, che ora vive in Svezia. A Roma si occuperanno di lei due anziani romani: una speciale solidarietà tra coetanei concordata a distanza di chilometri.

Rasha non sa se riuscirà mai a ritrovare suo marito. Coi tre figli è fuggita dalla periferia di Damasco, da quel campo palestinese di Yarmouk dove le schegge di una bomba le hanno fatto perdere la vista. In Libano ha trovato rifugio e solidarietà per quattro anni. Ora è a Roma dove sarà curata e soprattutto, come lei stessa racconta, «finalmente i bambini potranno andare a scuola».
 
Tanti i bambini. Come Diya che ha 10 anni ed è nato a Homs, la città che non esiste più. Come Falak, la bimba di 7 anni malata di tumore agli occhi arrivata a Roma il 4 febbraio, anche Diya ha bisogno di cure. È rimasto gravemente ferito nell’esplosione di una bomba mentre giocava a pallone davanti casa: per salvargli la vita, in un ospedale di fortuna gli hanno amputato una gamba. Ma non ha smesso di ridere, giocare, correre con le sue stampelle. Con la sua famiglia andrà per qualche tempo in Emilia Romagna, al centro Inail di Vigorso di Budrio, dove Diya verrà curato e potrà avere una protesi. «Una nuova gamba», così la chiama lui mentre aspetta con impazienza di partire. Finite le cure, comincerà la sua infanzia italiana ad Aprilia, vicino Roma.
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