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Cronaca
Crisi migratoria in Europa
Schengen: «Nessuna sospensione possibile»
Giovanni Maria Del Re
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​Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo

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«Non c’è alcuna sospensione di Schengen sul tavolo». È stata perentoria Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Europea per il settore migrazione commentando le voci riportate dalla stampa italiana.
Perché sulla vicenda dei controlli interni all’Europa senza frontiera con l’acuirsi della crisi aumenta anche la confusione. Una confusione che potrebbe, si spera, forse ridursi lunedì 25 gennaio al consiglio informale dei ministri dell’Interno ad Amsterdam, con l’occhio rivolto al Consiglio Europeo che riunirà i leader a Bruxelles il 18 e 19 febbraio.

Nessuno chiede la fine del sistema Schengen, «se viene distrutto è l’intera Europa drammaticamente in pericolo» ha detto il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, mentre il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz parla di «effetti catastrofici» e l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini di «costi impressionanti». «Non c’è altra scelta se non collaborare – ha avvertito anche il presidente Bce Mario Draghi – sono fiducioso che alla fine la portata del fenomeno lo farà capire e penso che si arriverà a un accordo ragionevole». 

Non si sta parlando in effetti di «sospendere Schengen», come se d’un tratto ovunque dovessero ritornare controlli di frontiera. La questione riguarda specificamente alcuni paesi che già hanno reintrodotto controlli (Francia, Svezia, Danimarca, Germania, Austria e Norvegia - fuori Ue ma dentro Schengen). Lo stesso Codice Schengen prevede la possibilità di ripristinare temporaneamente i controlli per una massimo di due mesi di fronte a eventi imprevisti (articolo 25) e massimo sei per gli altri casi (articolo 24), sempre per motivi di sicurezza interna.

Il problema più acuto riguarda la Germania, che a settembre ha attivato l’articolo 25 poi, da novembre, l’articolo 24. A maggio sarebbe costretta a ripristinare i controlli ma, come ha detto il ministro dell’Interno Thomas Da Maizière, Berlino non ci pensa proprio. La Germania si richiama all’articolo 26 del Codice, previsto nel caso in cui «il funzionamento globale dello spazio senza controllo alle frontiere  interne è messo a rischio a seguito di carenze gravi e persistenti nel controllo di frontiera alle frontiere esterne». Ci vuole, però, un rapporto della Commissione che confermi che questa situazione si è verificata, con una raccomandazione su dove i controlli interni debbano essere introdotti (o mantenuti), che dovrà essere poi approvata a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue.

I controlli possono esser rinnovati semestralmente per un massimo di due anni. «Non abbiamo attivato il meccanismo – ha detto Bertaud – ma la Commissione è pronta se sarà necessario». E Berlino lunedì dovrebbe chiedere che il Consiglio avanzi una richiesta in questo senso alla Commissione, ma non sarà una riunione facile. Soprattutto Grecia e Spagna (con l’occhio a Ceuta e Melilla) sono contrarie a far scattare l’articolo 26. L’Italia ha qualche perplessità, il resto è d’accordo. Strettamente collegato è l’altro tema di cui si parla lunedì, la proposta di un corpo di guardie di frontiera Ue presentata dalla Commissione a dicembre per rafforzare i confini, con la possibilità di segnalare disfunzioni alle frontiere e inviare squadre Ue. Spagna e Grecia non sono d’accordo, ma a Bruxelles c’è ottimismo. Frontex (agenzia Ue) ha rivelato che nel 2015 in Italia e Grecia sono arrivati rispettivamente 160.000 e 880.000 irregolari, 5 volte i numeri del 2014.
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