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Cronaca
Migranti / Il caso
Istanbul, siriano «prigioniero» in aeroporto
Federica Zoja
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Dal 15 marzo 2015, Fadi Mansour, rifugiato siriano, è bloccato all'aeroporto di Istanbul, nella stanza dei «passeggeri problematici». Su di lui pesa costantemente la minaccia di essere deportato nel Paese di origine. Un caso che ricorda il celebre film The terminal con protagonista l'attore statunitense Tom Hanks, ma purtroppo la supera.

Amnesty International sta sollecitando le autorità turche affinché liberino Fadi, finora ignorato dai riflettori dei media. Ieri la svolta: diverse testate arabe ed internazionali si sono finalmente interessate della vicenda. Secondo il britannico Telegraph, Mansour avrebbe detto ai familiari che forse sarebbe meglio chiedere di tornare in patria, perché «almeno muoio una volta ed è finita, invece di morire sempre di più ogni giorno passato qui dentro».

Il legale dell'uomo ne ha chiesto la «liberazione»: di detenzione infatti si tratta e in condizioni critiche, visto che la camera in cui è costretto a passare il tempo è costantemente illuminata da luci artificiali. Inoltre, durante l'anno vissuto in aeroporto, Mansour è stato aggredito da un altro confinato nelle stesse condizioni e ha chiesto di andare in Libano. Le autorità libanesi gli hanno, però, negato l'ingresso rimandandolo in  Turchia, ha ricostruito Amnesty. Secondo il sito arabo al-Bawaba,  Mansour ha tentato di volare verso la  Malaysia, ma sarebbe stato "restituito" alla Turchia.

La storia di Fadi Mansour dalla Siria in guerra è quella di tanti altri disperati: scappato nell'agosto 2012, circa un anno e mezzo dopo l'inizio del conflitto, l'uomo si è inizialmente trasferito in Libano per evitare il servizio militare. Poi ha pensato di cercare altrove un futuro più costruttivo. Le autorità turche non hanno ancora reagito alle richieste di Amnesty.
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