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Cronaca
La storia
I 2 fratelli che si erano perduti e si sono ritrovati
STEFANO PASTA
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All’aeroporto di Zurigo, Dawit, 18 anni da poco, ha accolto il dodicenne Abraham con in mano un mazzo di fiori gialli. Si sono abbracciati a lungo, spingendosi le spalle l’uno contro l’altro, così come di solito si salutano in Eritrea due persone che non si vedono da molto tempo. A raccontarlo è Franzo Trovato della chiesa metodista di Scicli, che ha fatto da padre al più piccolo dei due fratelli, nei mesi passati al centro in provincia di Ragusa del progetto 'Mediterranean Hope' della Federazione delle chiese evangeliche (Fcei). Abraham era sbarcato a Pozzallo con altre 1.200 persone il 31 maggio, salvato dalla nave Spica della Marina italiana.


La Prefettura di Ragusa lo aveva affidato ai metodisti di Scicli, cittadina famosa per il barocco e per le spiagge che ospitano il set del commissario Montalbano. Succede spesso per i casi legati a soggetti vulnerabili. «Dei circa mille minori non accompagnati sbarcati a Pozzallo nel 2015 – dice il pastore Francesco Sciotto – 400 sono transitati dal nostro centro, che ha una capienza massima di 40. Alcuni per pochi giorni prima del trasferimento in altre strutture, altri per vari mesi».


Come Abraham, che aveva colpito tutti perché a dodici anni – «ma con i capelli rasati ne dimostrava ancora meno» – era senza genitori, impaurito e parlava solo tigrino. Subito però aveva cominciato a frequentare la scuola media e a fidarsi degli operatori. Raccontava spesso di un fratello maggiore in Svezia, scappato anche lui qualche mese prima dal regime di Isaias Afewerki. Poche lettere fanno la differenza. «Lo abbiamo cercato – dice il pastore – per mezzo continente prima di capire l’equivoco: voleva dire Svizzera, non Svezia!». Finalmente la scoperta che Dawit era a Gais, un paesino dell’Appenzello al confine con l’Austria, dove era appena diventato maggiorenne, era stato inserito in un percorso verso l’autonomia grazie al quale studiava, viveva in appartamento, aveva l’asilo politico e un sussidio.


A quel punto è scattata la caparbietà del Relocation Desk delle Chiese evangeliche di Roma, della Questura di Ragusa e dei membri della Chiesa riformata zurighese, anch’essa molto impegnata nell’accoglienza. Spiega Sciotto: «Anche in altre occasioni abbiamo realizzato quelli che tecnicamente si chiamano ricongiungimenti familiari. Nel caso di Abraham, però, è stata la prima volta che si sono riuniti due fratelli fuori dall’Italia».


Insomma, questa volta i vituperati Accordi di Dublino, che obbligano i profughi a chiedere la protezione internazionale nel primo Stato in cui vengono identificati, hanno dato una mano. Dato che Abraham aveva chiesto asilo in Italia, ha potuto accedere al ricongiungimento verso un altro Paese dell’area Schengen, come previsto da Dublino. «Sono pochissimi a conoscere questa possibilità – continua Sciotto – possibilità alla quale si può accedere solo se inseriti nelle procedure per l’ottenimento dell’asilo». 


Nel frattempo, dopo che l’Unità Dublino del ministero degli Interni aveva istruito la pratica con i colleghi svizzeri, Dawit aveva acconsentito a fare da tutore al fratello ed erano arrivati i documenti. C’era ancora un problema da risolvere: Abraham aveva paura dell’aereo. «Ci vado a piedi in Svizzera, cosa vuoi che sia, ho attraversato il deserto a piedi» ripeteva ai suoi amici siciliani. Poi si è lasciato convincere e l’11 febbraio ha preso il volo da Catania a Zurigo, dove Dawit lo aspettava con il mazzo di fiori gialli. «Ora – conclude Sciotto – ci manda foto via WhatsApp delle montagne svizzere, non aveva mai visto la neve».
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