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Cronaca
Intervista
«Genitori adottivi non "dilettanti"
Un rischio la formazione fai-da-te»
Luciano Moia
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 «Vanno migliorate le procedure di attuazione, più che l’impianto della legge che è sostanzialmente valido. Se abbiamo davvero a cuore l’interesse dei bambini, pensiamo ad interventi mirati, necessari per adeguare la norma alla mutata realtà dell’adozione e dei minori in situazione di difficoltà. E poi non dimentichiamo che accanto a questa riforma, occorre fornire risposte più adeguate all’emergenza dei minori in stato di 'semi-abbandono', cioè dei tanti minori che provengono da situazioni di fragilità familiare sempre più diffuse e sempre complesse». A parere di Rosa Rosnati, docente di psicologia dell’adozione e dell’affido del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia (Università Cattolica di Milano), fermo restando l’esigenza di non stravolgere la legge, i margini di miglioramento sono comunque ampi


Da dove partirebbe professoressa?

Bisogna intervenire sia sulla parte che riguarda la preparazione delle coppie all’adozione, sia su quella che riguarda il post-adozione. In altri termini, dobbiamo migliorare sia la formazione sia l’accompagnamento: molto è stato fatto, ma molto rimane ancora da fare per implementare le competenze professionali degli operatori dei servizi pubblici e degli enti autorizzati che seguono le coppie lungo tutto l’iter.


Perché questa esigenza?
Oggi l’adozione è una scelta impegnativa. Abbiamo di fronte minori sempre più grandi, con trascorsi spesso molto difficili, perché la lunga permanenza negli istituti inevitabilmente incide sullo sviluppo cognitivo e sulle capacità relazionali. E questa situazione determina la necessità che le coppie esprimano competenze genitoriali specifiche. Devono essere pronte cioè a mettere in atto quegli interventi riparativi di cui i bambini adottati hanno bisogno.


Formazione e accompagnamento post-adottivo non dovrebbe essere assicurato dai servizi sociali?
Sì, è garantito, ma non è uniforme in tutto il territorio nazionale, inoltre è offerto alle coppie solo nel primo anno dopo l’adozione .


E non basta un anno di accompagnamento?
Dovrebbe almeno essere raddoppiato. All’inizio la coppia è così contenta di aver raggiunto l’obiettivo adozione che tende a minimizzare le dif- ficoltà. Ma piano piano i problemi emergono. E poi ci sono le fasi di passaggio, l’ingresso a scuola, l’adolescenza: troppo spesso le difficoltà non colte prima, esplodono in modo drammatico proprio in questa fase.


Le difficoltà oggettive che lei elenca non dovrebbero essere messe sul piatto della bilancia quando si parla di apertura alle coppie omosessuali?
Credo che vadano innanzitutto puntualizzati alcuni elementi di contesto. Oggi, ci sono molte più coppie rispetto ai bambini adottabili (sia a livello nazionale che internazionale) e quindi ci sono moltissime coppie che si rendono disponili all’adozione e non vedono coronato il loro sogno. Inoltre, a livello internazionale, se l’Italia dovesse aprire all’adozione a coppie omosessuali, la disponibilità si ridurrebbe drasticamente. La Russia sicuramente, da cui arriva circa il 25% dei bambini adottati, ma anche alcuni Stati africani, chiuderebbero le convenzioni. E questi sono dati obiettivi, non opinioni. Come è obiettivo il fatto che la ricerca scientifica non sia ancora in grado di dirci con sufficiente certezza quale esiti produce nei minori l’omogenitorialità, anche perché i campioni utilizzati spesso non sono abbastanza ampi e soprattutto mancano studi sul lungo periodo, gli unici che potranno darci risposte davvero affidabili. Va poi detto che le coppie omosessuali fanno registrare un elevato tasso di instabilità e l’esperienza della separazione, già di per sé fonte di gravi sofferenze per i figli, è un fattore altamente traumatico per gli adottati. È come se rivivessero, un’altra volta, l’abbandono. E allora dobbiamo chiederci con onestà: affidare un bambino, che ha già un passato molto difficile, a una coppia omosessuale, è davvero la scelta migliore per il suo futuro?


Dove cominciano le contestazioni allora?
A mio parere ai figli per crescere non sono sufficienti affetto e buone relazioni. Dal punto di vista antropologico è indispensabile una figura di riferimento materna e una paterna. E poi hanno bisogno di essere iscritti in un albero genealogico con più generazioni, con il ramo materno e quello paterno: dal punto di vista psicologico la nostra storia e la nostra provenienza sono le basi della nostra identità. Tutto ciò dev’essere garantito a tutti i bambini, a maggior ragione a quelli che hanno già tanto sofferto.


Prima faceva riferimento ai minori in stato di semi- abbandono. Come si dovrebbe intervenire?
Dovremmo investire molto sull’affido, privilegiando anche quelle forme più 'leggere' (affido per il fine settimana o per la vacanze) che rendono possibile l’impegno di un maggior numero di famiglie. Oppure il cosiddetto affiancamento familiare, in cui è un intero nucleo familiare a prendersi cura di una famiglia più fragile, permettendo in questo modo ai bambini di rimanere all’interno della propria realtà familiare.


Tante ipotesi interessanti, ma concretamente?
Temo che dovremo fare i conti con i tagli dei fondi ai servizi sociali, che già oggi rendono sempre più precario l’espletamento dell’ordinaria amministrazione. Quindi che riforma si può immaginare senza risorse?
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