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Cronaca
Il caso
Catania, stop alle processioni
Marco Pappalardo
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A seguito della forzata e non concordata deviazione della processione del Cristo morto a San Michele di Ganzaria, il Venerdì Santo scorso, monsignor Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, ha deciso di sospendere temporaneamente tutte le processioni nel piccolo centro del Calatino in provincia di Catania.

«Dopo quanto avvenuto – afferma Peri – è necessario fermarsi. La magistratura farà chiarezza sull’intera vicenda. È evidente, però, che sotto il profilo pastorale sia necessario riflettere su quanto è successo e impegnarsi con le azioni dovute ed appropriate, in particolare per non ferire ulteriormente la devozione autentica e l’accoglienza delle quali la comunità sammichelese ha sempre dato prova. La deviazione della processione, quasi con una sollevazione popolare; le aperte critiche contro il parroco che sarebbe stato colpevole di non avere rispettato la tradizione; le voci che ne sono seguite attendono adesso la loro chiarificazione per essere, pastoralmente, riorientate al fine di evitare il ripetersi di simili accadimenti ed evitare degenerazioni e abusi».

Per ovviare alle criticità degli anni precedenti, il parroco, il Consiglio pastorale e il Comitato, sentita la comunità, avevano deciso di ridurre il percorso della processione, tagliando quei tratti difficoltosi nel tentativo di favorire una partecipazione in clima di silenzio e di preghiera. Tale decisione è stata comunicata ai carabinieri, al sindaco e all’amministrazione comunale. «La pietà popolare è una straordinaria risorsa per l’inculturazione del Vangelo – aggiunge il vescovo – e rappresenta un significativo contributo popolare alla riflessione teologica e pastorale. Tuttavia deve essere illuminata dal Vangelo ed incanalata nella tradizione della Chiesa. Nelle feste è chiaro che la processione rappresenti un momento forte per la pietà popolare e di grande visibilità. La processione è, però, espressione di un sentimento di fede se nasce dalla liturgia e se si nutre dei suoi valori. In altro modo è una manifestazione di folclore che seppur antropologicamente giustificabile, rischia di non condurre a Cristo».

Sui passaggi “incriminati” faranno adesso luce le autorità competenti. «In questo momento – conclude Peri –, per ovvie ragioni, ritengo di non dover dire nulla sulla questione del presunto “inchino” od “omaggio”. Ho pieno rispetto e fiducia nel lavoro dei carabinieri e della procura. È però mio dovere, come pastore di questa porzione del Popolo di Dio che mi è stata affidata, qualora se ne ravvisasse il pericolo, difendere la fede e la tradizione popolare da tutto ciò che è antievangelico».
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