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Beni confiscati, è scattata l'ora delle riforme
Antonio Maria Mira
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La Chiesa italiana è sempre più protagonista sul fronte dei beni confiscati alle mafie. Sono, infatti, ben 89 le realtà ecclesiali che in 11 regioni gestiscono terreni o edifici tolti ai clan. Si tratta di circa il 20% delle positive 507 esperienze di riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla criminalità organizzata, come previsto dalle legge 109 del 7 marzo 1996, che compie dunque venti anni. Una legge di iniziativa popolare, sostenuta dal milione di firme raccolte dall’associazione Libera e per la quale si mobilitarono allora molti gruppi di volontariato e che migliorava la legge 'Rognoni-La Torre' del 1982 che per la prima volta aveva introdotto lo strumento della confisca dei beni mafiosi.

Da allora i beni immobili strappati alle cosche sono stati 23.526, di questi 10.056 sono stati destinati dall’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati per fini istituzionali e sociali. Le aziende confiscate sono state 3.577 ma quelle destinate appena 830. Numeri solo in parte positivi a conferma della necessità di una riforma come sottolinea nell’intervista in pagina il presidente di Libera, don Luigi Ciotti.

Ma questo è soprattutto un anniversario per raccontare il positivo, come recita lo slogan scelto da Libera: 'BeneItalia'. Le 'buone pratiche' di riutilizzo dei beni confiscati sono ben 507. Di queste il 58% sono associazioni, il 27% cooperative, il resto fondazioni, comunità e altre tipologie giuridiche. Per quanto riguarda le attività svolte, le realtà sociali assegnatarie dei beni ex mafiosi si occupano per il 33% di interventi integrati, per il 16% di reinserimento lavorativo, per il 16% di minori, per il 14% di disabili, per l’8% di attività formative, e poi ancora di soggetti con dipendenze, anziani, migranti, donne vittime di violenza.

Tra queste belle realtà spicca l’impegno della Chiesa italiana che, come abbiamo detto, gestisce o sostiene 89 iniziative sui beni confiscati. Troviamo 47 associazioni e fondazioni, 9 Caritas, 11 cooperative sociali, 9 basi scout, 13 parrocchie. Da un punto di vista territoriale 22 si trovano sia in Sicilia che in Lombardia, a conferma della pervasività delle mafie anche al di fuori delle aree tradizionali. Ne troviamo poi 17 in Calabria, 9 in Puglia, 7 in Campania, 4 nel Lazio e in Piemonte, 1 in Abruzzo, Basilicata, Liguria e Veneto. Un’attenzione crescente confermata dal percorso 'Libera il bene - Dal bene confiscato al bene comune' promosso da Libera in collaborazione con la Cei, attraverso l’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, il Servizio nazionale di pastorale giovanile e la Caritas italiana.

Un’iniziativa che ha visto coinvolte ben 36 diocesi con incontri di formazione, animazione sociali, educazione alla legalità e alla cittadinanza responsabile, di memoria delle vittime innocenti delle mafie, di riutilizzo sociale dei beni confiscati, di campi di volontariato e scuole di formazione all’imprenditorialità giovanile, in partenariato col progetto Policoro della Cei. La presenza del Policoro non è una novità, visto che il progetto per l’imprenditorialità giovanile al Sud ha contribuito alla nascita e ancora segue ben sei cooperative sociali che coltivano terreni confiscati ai clan in Calabria, Puglia e Sicilia.
 
Cooperative che ieri, in occasione dell’anniversario, hanno aperto le loro porte assieme ad altre belle realtà, circa 150, che hanno ospitato scuole, associazioni, parrocchie, gruppi scout per una giornata di conoscenza e condivisione, per toccare con mano il valore di queste esperienze e per far sentire la vicinanza a chi presidia concretamente il fronte dell’antimafia sociale.
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