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Cronaca
Intervista
«Anziani maltrattati. Fastidio per la fragilità»
MARINA CORRADI
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Negli ultimi mesi in Italia una inquietante serie di denunce di maltrattamenti in istituti per anziani, disabili, e perfino in asili. Certo, si tratta di pochi episodi su migliaia di comunità; e però le telecamere nascoste dalla polizia testimoniano fatti inoppugnabili. Cosa accade nella assistenza ai più fragili? Lo chiediamo al professor Eugenio Borgna, psichiatra, docente emerito e scrittore, una vita nei manicomi, prima e dopo la legge Basaglia. «Ho visto – dice Borgna – con sgomento quei filmati in tv. Posso affermare che cose simili non accadevano nei manicomi che conoscevo io. Poteva succedere che, di fronte all’improvvisa violenza di un paziente, lo si dovesse, nell’emergenza, arginare con la forza. Ma non ho mai assistito a aggressioni gratuite e cattive come quelle documentate dalle telecamere».


Le telecamere, appunto. Certe cose le sappiamo perché oggi esistono le telecamere, o sono sempre accadute?
No, la mia impressione è che la possibilità di violenza negli istituti cresca in relazione al sopravvento, attorno, della indifferenza, della fretta, del fastidio per chi è fragile. Fino alla pubblica liceità dell’idea che esistano vite non degne di essere vissute. Se viene meno la coscienza collettiva che i più deboli sono degni di attenzione e di misericordia, può accadere che dalla comune perdita di valori vengano fuori, come punte drammatiche e estreme, forme di violenza.


Quanto incide la formazione degli infermieri?
Devo dire che oggi la formazione del personale medico e paramedico, già al livello dei test per l’ammissione ai corsi, privilegia un efficientismo e competenze tecniche, piuttosto che altre capacità umane, come la compassione e l’attenzione all’altro. È possibile che giovani che hanno risultati scarsi ai test abbiano però maggiori qualità di ascolto dell’anima del malato. Ma la stessa logica dei test rientra in una cultura in cui bisogna essere veloci, “produrre” e non sprecare tempo. Chi dovrà lavorare con anziani e disabili deve essere educato in tutt’altra ottica, altrimenti rischierà di cedere al pensiero che il tempo dato a questi pazienti è uno spreco, e che sono persone di serie B.


Assistendo a certi maltrattamenti gra-
tuiti viene da domandarsi qual è il tornaconto di una simile violenza, e quale radice profonda spinga a accanirsi su degli indifesi.
La debolezza, l’handicap, possono istintivamente generare scandalo. Si teme di vedere qualcosa che potrebbe riguardare anche noi, e allora si reagisce con la violenza. Parlerei perfino di un razzismo, di un non tollerare chi è diverso da noi.


È il gusto dell’umiliazione dell’inerme che atterrisce, in certe immagini...
Chi nella sua vita è stato umiliato può maturare il desiderio di umiliare l’altro. Perciò è importante anche il clima dell’ambiente di lavoro. Se non c’è attenzione e rispetto per il personale da parte dei dirigenti e dei medici, questa cascata di indifferenza può anche ricadere sui pazienti. Può, in qualcuno, prevalere l’istinto di risolvere i “problemi”, distruggendoli.


Professore, lei ricorderà senz’altro molti bravi infermieri...
Certo, ricordo soprattutto delle straordinarie infermiere, che furono fondamentali nel passaggio dagli istituti chiusi a quelli della riforma Basaglia. Le donne venivano scelte, a differenza degli addetti ai reparti maschili, con criteri diversi dalla forza fisica; avevano attitudini all’ascolto e alla cura spiccate. Attitudini che io, per mia esperienza, giudico più specificamente femminili.


D’altra parte ci sono stati casi di maltrattamenti negli asili, da parte di maestre...
Credo che a questo si arrivi dopo esperienze deludenti di maternità, di figli non avuti, o avuti, ma non diventati ciò che si sperava. Sensi di maternità frustrati ma anche, e rientriamo nel discorso precedente, queste cose avvengono dentro a una cultura efficientista, a un tempo che non va “perduto” con chi è fragile. Una cultura che è l’opposto della carità e della misericordia.


Che cosa è necessario introdurre nella formazione di chi va a occuparsi di “deboli”, come i disabili e i vecchi?Innanzitutto, la capacità di mettersi nei panni dell’altro. Occorre insegnare a capire ciò che accade in se stessi, e a riconoscere la paura che scatena l’aggressività. Occorre insegnare capacità di ascolto, e educazione a un “tempo” che rispetti l’altro e i suoi sentimenti. Perché la capacità di relazione, in fondo, è la radice stessa del problema.
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