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Cronaca
La storia
Alaa, il violinista in fuga dalla Siria a Milano
Ilaria Sesana
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Occhi chiusi, concentrato sulle note del suo violino. Mentre suona, il volto di Alaa mostra più della sua vera età. Solo quando stacca l’archetto dalle corde, il suo viso si apre in un sorriso. Rivelando i suoi trent’anni e le sue speranze per il futuro. Ed è proprio Hope (Speranza) il titolo della traccia che chiude Sham, l’album di debutto del violinista siriano Alaa Arsheed. «Spero che si arrivi finalmente alla pace in Siria, voglio un futuro senza guerra e senza morte. Vorrei avere al più presto i documenti, per far venire in Italia i miei genitori, che sono rimasti sotto le bombe», racconta il giovane siriano, uno dei pochi ad aver presentato domanda d’asilo nel nostro Paese, a Milano. 

E che proprio nella città lombarda sogna di costruire il proprio futuro, sempre all’insegna della musica e della cultura. «Ho iniziato a suonare il violino a otto anni» spiega Alaa, nato e cresciuto in una famiglia di artisti. A Suwayda, città nel sud della Siria, il nome degli Arsheed è legato a filo doppio a quello del caffè-galleria 'Alpha' che la famiglia aveva aperto nel 2006. «Abbiamo allestito più di 140 eventi. Alpha era il primo spazio della città non legato al governo, dedicato solo all’arte», un luogo dove la gente di Suwayda poteva respirare un soffio di libertà, malgrado l’opprimente cappa del regime di Assad.
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Un sogno che, purtroppo, è durato solo cinque anni. Nel febbraio 2011 scoppia la breve primavera siriana. Alaa e tanti altri giovani come lui, colti e liberali, guardano quello che succede in Egitto e in Tunisia e accolgono i primi fermenti rivoluzionari con la speranza di poter costruire un Paese migliore. Il sogno, però, finisce troppo presto e in maniera tragica. Alaa decide di lasciare la Siria: la rivoluzione, appena sbocciata, lo ha già deluso. «Ci credevo. Ma adesso cosa rimane? Assad era un male per la Siria e ora invece abbiamo lui e il Daesh». Così Alaa fugge a Beirut, dove inizia a costruirsi una nuova vita, sempre accompagnato dall’inseparabile violino «comprato da un artigiano ucraino a Odessa». Suona nei teatri, ai matrimoni, nei locali. «Ho anche iniziato a studiare come tecnico del suono per lavorare nel cinema».

Vive nel Paese dei Cedri per quasi quattro anni assieme al fratello Ayan e alle due sorelle Maruka e Kinda, tutti musicisti come lui. Poi, l’incontro con l’attore Alessandro Gassmann cambia la sua vita: Alaa è uno dei protagonisti del documentario 'Torn' che racconta le storie degli artisti siriani in esilio. «Poco dopo mi ha contattato la fondazione 'Fabrica' di Treviso, che mi ha offerto una borsa di studio e la possibilità di incidere il mio primo album», racconta felice il ragazzo. Così è nato 'Sham', che già nel titolo, riproponendo l’antico nome di Damasco, racchiude l’amore di Alaa per il suo Paese. «Ora il mio sogno è quello di aprire un’altra galleria d’arte come quella creata da mio padre – spiega Alaa –. Un luogo dove le persone possano parlare attraverso l’arte». È convinto che l’Italia e Milano siano il posto giusto per realizzare questo progetto.
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