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«Aborto, una tragedia da non banalizzare»
PAOLO FERRARIO
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«Per non morire di parto bisogna migliorare l’efficienza dei punti nascita e non è detto che il modo migliore sia chiudere quelli che non arrivano a 500 parti all’anno». Non sempre, insomma, “razionalizzazione” e “sicurezza” vanno di pari passo, ricorda il presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che interviene sui decessi in sala parto delle ultime settimane, avanzando riserve su uno dei capisaldi del Piano del ministero della Salute su gestione e modelli dei punti nascita. «Prima di pensare di sopprimere il servizio in tante località sulla base di dati puramente quantitativi – sottolinea Gigli – sarebbe forse preferibile valutare per ognuno di essi le prestazioni, in termini di esiti e di complicanze».


Perché, ricorda il presidente di Mpv, anche se «sembra impossibile», morire di parto (o di aborto, come è successo l’altro giorno a Napoli) è un evento che ancora accade nel nostro Paese. «Per evitare invece che altre donne muoiano d’aborto – riprende Gigli – anche chi non è preoccupato come noi che la vita del nascituro debba essere rispettata sempre, ma comunque ritiene l’aborto non un diritto, bensì una necessità dolorosa da tollerare, dovrebbe contrastare ogni tentativo di banalizzare una realtà che resta tragica per la vita umana soppressa e per la vita di chi è giunto alla difficile conclusione di disfarsene». In primo luogo, osserva il presidente del Movimento per la vita, chi vuole evitare che le donne muoiano durante un’interruzione di gravidanza, «dovrebbe lavorare con noi per rimuovere le cause socio-economiche che portano tante donne all’aborto».


Oggi questo servizio viene svolto «senza alcun efficace intervento preventivo da parte delle istituzioni, ma soltanto con l’aiuto dei volontari dei nostri Centri di aiuto alla vita», ricorda Gigli. «Inoltre – aggiunge – ci si dovrebbe chiedere, ammesso che ci si possa disfare di un bambino perché imperfetto, quali siano le malformazioni davvero gravi e come debba esserne accertata l’esistenza ».


Nel caso di Napoli, incalza il presidente di Mpv «un argomento questo tutto da verificare. A questo riguardo, sto valutando se presentare un’interrogazione parlamentare al Ministro della Salute». In termini generali, conclude Gigli, «si dovrebbe anche ricordare che se di aborto si muore raramente, di esso invece ci si ammala di frequente, e non solo per le possibili complicazioni dell’intervento e dei farmaci, ma anche per il peso del rimorso che spesso assale la gestante dopo la soppressione della vita che ha portato nel suo grembo. Anche la condivisione di questo dolore è esperienza quotidiana dell’ospedale da campo del Movimento per la vita italiano».
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