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Cronaca
Come una lettera
Patriciello: «A Gaetano, che ha inquinato la mia terra»
Maurizio Patriciello
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​Terra dei fuochi

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Avevamo quasi la stessa età, quando, bambini, scorrazzavamo spensierati per le nostre campagne. Siamo nati a pochi chilometri di distanza, anche se Cesa, il tuo paese, è in provincia di Caserta e Frattaminore, il mio, in provincia di Napoli. La vita è stata dura con noi. È vero. Non ci è stato regalato niente. Come ladri, abbiamo dovuto rubare qualcosa a chi sapeva.

«Ragazzi, studiate – ci diceva papà – voi non sapete che significa dover prendere un treno e chiedere a qualcuno se sia quello giusto». Povero papà. Non lo ricordo mai una mattina a letto. Alle quattro era già in piedi per andare a lavorare. Contadino senza terra. Girava per le campagne – le nostre campagne – e comprava i prodotti sugli alberi quando erano ancora acerbi. Diventavamo così 'proprietari' dei pescheti, dei meleti, dei vigneti fino alla raccolta. Dopo il contratto si dovevano fare i conti con il tempo e i suoi capricci. Una nevicata, una grandinata avrebbero potuto rovinare il raccolto e la serenità. La mamma pregava perché non avvenisse. E noi, bambini, dopo la scuola si andava in campagna a 'dare una mano'. Lavoro ce ne era per tutti. Ci si divertiva, si stava insieme. 

Come te, Gaetano, da bambini non abbiamo mai avuto un giocattolo. I giocattoli ce li costruivamo da soli. Ricordi i carruoccioli? Quei piccoli carrelli con le rotelline sui quali uno saliva e un altro spingeva. Tempi belli? Nostalgie? Forse. Papà era una persona severa, e onestissima. «Il pane da mangiare – diceva – deve essere sudato». La raccolta dei meloni per noi era una festa. Nella zona di Villa Literno ci divertivamo ad attingere dai pozzi l’acqua con le mani, tanto era in superficie. Campi sterminati di meloni gialli sotto un sole cocente. Uno spettacolo. Certo ci si rompeva la schiena per raccoglierli e metterli sui carri. Pur avendo il mare a quattro passi, in vacanza non siamo andati mai. 

A volte papà ci portava a fare il bagno a Ischitella, la spiaggia libera più vicina. Le nostre vite, Gaetano, si somigliano. Troppe cose abbiamo in comune per continuare a ignorarci. Abbiamo sperimentato, come tutti i poveri, il lavoro, il sudore, le mille ingiustizie giornaliere. Eravamo di quelli che debbono sudare il doppio, il triplo, il quadruplo per ottenere gli stessi risultati dei figli di papà. Era, ed è, profondamente ingiusto. Ma le cose stavano così. La mamma, una donna di grande fede, ce lo ripeteva sempre. Quando ci si lamentava per la minestra che non piaceva. Quando le scarpe promesse non arrivano. «Ragazzi, avete ragione. Dovete pazientare. Non vedete come piove? Quando piove, papà a casa non porta niente. L’anno prossimo, state sereni, l’ anno prossimo…».

Un anno che non arrivava mai. Non siamo stati famiglia esemplare, per carità, ma in casa si stava bene. Fin da piccoli siamo stati educati al sacrificio, alla parsimonia, al rendimento di grazie. E di questo ai nostri genitori sapienti e analfabeti siamo riconoscenti per l’eternità. La violenza ci ha sfiorati, ma non ci ha mai ingoiati. Dalla camorra abbiamo sempre preso le distanze. Anche quando, purtroppo, era l’unica 'azienda' che riusciva ad assicurare un lavoro.

Dopo il boom edilizio, quando, come code di orribili animali preistorici, venivano costruite sterminate periferie, spesso senza piano regolatori, senza controlli da parte dei Comuni, l’edilizia finì quasi del tutto in mano alla camorra. La maggior parte dei nostri giovani erano muratori, pavimentisti, carpentieri, elettricisti. Che fare? Rimanere 'a spasso' o cedere al ricatto? Tanti preferirono emigrare. Con le valigie di cartone si recarono in Francia, in Germania, in Svizzera. Altri solcarono l’Oceano. Quanta sofferenza. Quanta nostalgia. Quante speranze. Ancora oggi, sai? L’Italia che amiamo e che tentiamo di servire, ancora oggi, lascia partire per altri lidi, i suoi figli migliori. Ma perché mi ritrovo a scriverti questa lettera? Forse per il dolore che mi ha preso dopo aver letto l’intervista che Toni Mira ti ha fatto su Avvenire

Forse perché sono terribilmente arrabbiato con te, con i camorristi, con tutti quelli che hanno contribuito a rovinare la nostra terra. No. Non posso giustificarti, fratello. Posso solo perdonarti. Il perdono è un’altra cosa. Non ti nascondo che non mi viene facile. Proprio mentre scrivo questa lettera mi è arrivato un messaggio. Uno dei tanti. «Padre, buonasera. Vi chiedo una preghiera, per una giovane donna, madre di due ragazzi. Questo schifoso male sta portando via anche lei…».
 
Lo «schifoso male» è il cancro che non abbiamo più nemmeno il coraggio di chiamare per nome. Io sono diventato prete. Franco, mio vicino di banco alle elementari, è morto a 35 anni di cancro. Sossio, invece divenne ingegnere, ma la leucemia se l’è portato via. Anche Maurizio, l’amico della mia infanzia, quello dei carruoccioli, è morto di cancro, mentre Giovanni, mio fratello, di leucemia. La scena, però, che più di tutte mi fa male sono le bare bianche in chiesa. Non ti nascondo che tanti funerali li celebro con gli occhi chiusi. E mentre le mamme piangono, i figli soffrono, i cimiteri si allargano, ancora c’è chi tenta di negare o di ridimensionare il dramma. Odio la camorra con tutte le mie forze. Ma provo per i camorristi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

E tra questi ci sei tu, caro fratello Gaetano Vassallo. Non confondere, ti prego, il tuo collaborare con la giustizia con il pentimento vero. Quello è un’altra cosa. Chiedi a Gesù la grazia di piangere lacrime sincere sullo scempio che hai contribuito a fare. Chiedi perdono a tutti coloro che hanno pagato, stanno pagando e pagheranno ancora per questi orrendi crimini commessi. Continua a fare nomi e cognomi di quegli insopportabili colletti bianchi insozzati e dei politici corrotti, collusi e ignavi.Vorrei tanto poterti stringerti tra le braccia. Se la legge te lo permette, chiamami. Prega. Confessati. Ripara, per quanto ti è possibile, il male fatto. Al nostro premier, pochi giorni fa, ho regalato una Madonnina di Fatima. Ne avevo due. L’altra è tua. Sono certo che, un giorno o l’altro, te la porterò.Voglio che sia il segno di speranza. Il segno che, insieme, parlamento, governo, chiesa, cittadini onesti, camorristi pentiti possiamo e dobbiamo richiamare in vita la nostra terra. Dio ti benedica.
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