lunedì 27 aprile 2015
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Caro direttore,puoi facilmente immaginare, conoscendomi un po’, che da bravo praticante io mi sia fatto tutte le funzioni pasquali: Messa in coena Domini, tanti sepolcri notturni, adorazione della Croce il venerdì, la Via Crucis al Colosseo, la lunga veglia pasquale. Un percorso abitudinario da decenni, senza ambizioni di novità, tranne andare "per sepolcri" nelle più improbabili (cioè abitualmente chiuse) chiese romane. E invece nelle ore trascorse in tutte queste funzioni ho dovuto, con sorpresa, riscontrare una novità che non giudico casuale: un inatteso ritorno alla devozione, a una religiosità devozionale. Mi sono ritrovato, io allievo dei Gesuiti e seguace di Rosmini (perciò affezionato a una religiosità di intellettuale compostezza) in mezzo a folle di "devoti", di persone che non pregavano per proprio conto, ma volevano esprimere una convergenza collettiva.Da anni non vedevo messe con i presenti tutti inginocchiati durante l’elevazione; da anni non vedevo intere navate laterali (quelle senza banchi) piene di gente che restava inginocchiata sul pavimento; da anni non vedevo file interminabili incamminarsi a ricevere l’Eucarestia; da anni non avvertivo la voglia diffusa di recitare orazioni magari mormorando appena pur di non restare in silenzio. La memoria visiva mi faceva riandare ad alcune stampe settecentesche, con i fedeli tutti inginocchiati o seduti sul pavimento; la memoria uditiva mi riportava alle preghiere biascicate nei lunghi pellegrinaggi o nei santuari (non sono andato al Divino Amore, ma mi hanno detto che era impenetrabile per la folla che c’era). Per non soggiacere all’idea che tutto fosse un fenomeno romano, ho fatto telefonate di controllo a qualche amico parroco di borgo o di campagna; e ho ricevuto conferma di una Pasqua ad alto tasso di devozione. Mi son fatto e ho fatto qualche domanda sul perché di una tale tendenza. E le risposte non sono banali: la prima e la più gettonata sta nella forza con cui l’attuale pontefice ha ridato vita alla dimensione popolare della fede; la seconda sta nella sottile paura collettiva verso l’estremismo islamico e nel conseguente bisogno di ritrovare identità e protezione nella religione dei padri; e la terza, più complesse (e anche promettente) sta nel fatto che decenni di indifferenza, egoismo, nichilismo, narcisismo, agnosticismo, hanno creato un vuoto e un bisogno di senso che solo il tornare a pregare insieme ad altri (e non solo in foro interno) può promettere.Quale che ne siano le ragioni e le spiegazioni, un tendenziale ritorno alla devozione è un fenomeno che ci deve far pensare, quale che sia il nostro ruolo nella comunità ecclesiale. Può essere un pericolo (in fondo la vita ecclesiale è stata per secoli quasi esclusivamente devozionale); ma può anche essere una pista da valorizzare di fronte a pastori (vescovi non meno che parroci) che si sono trovati incapaci di affrontare il soggettivismo individuale imperante negli ultimi decenni, dando quindi implicita delega ai vertici ecclesiali, o con le battaglie sui "valori non negoziabili" o con i documenti sul bene comune.Forse se ci riallacciamo alla devozionalità della gente possiamo tentare di ripartire dal basso per risvegliare la religiosità del corpo sociale italiano. È un’ipotesi ardita: è strano che l’avanzi uno come il sottoscritto, partim gesuita e partim rosminiano; ma non è strano, lo ammetterai, caro Tarquinio, che l’avanzi l’osservatore sociale che più ha creduto a uno sviluppo socioeconomico scaturente dalla vitalità della piccola impresa, dell’economia sommersa, delle singole realtà locali. Resta comunque, anche per me, un’ipotesi da verificare, specialmente nella cultura antropologica delle nostre chiese locali; ma anche nella riflessione comune di chi fa il tuo e il mio lavoro.
È una riflessione fulminea e preziosa questa che ci regali, caro De Rita. E credo utile a tanti nella nostra Chiesa italiana che ragiona sui cammini che portano a "uscire" incontro al popolo, con la profondità dell’umanesimo che germina dall’Incarnazione. Grazie. (mt)
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