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La guerra dell'oro nero
La crisi del prezzo del petrolio
Giorgio Ferrari
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Salvate l’oro nero. Qualcuno dovrà industriarsi a farlo, prima che il petrolio – troppe volte adoperato come proseguimento della guerra con altri mezzi – mandi in panne l’economia mondiale. Rispetto al passato quanto sta accadendo sui mercati internazionali, con il barile che precipita sotto la soglia dei trenta dollari, le Borse asiatiche in forte turbolenza, Wall Street in profondo rosso, il Dow Jones che dall’inizio dell’anno ha già perduto l’8% e la sovraproduzione saudita che innaffia e abbevera a dismisura un mercato già saturo che comincia ad avere sinceri problemi di stoccaggio, ha qualcosa di paradossale. In passato avevamo vissuto la crisi energetica del 1973 come diretta conseguenza della Guerra dello Yom Kippur, allorché l’Egitto di Anwar Sadat attaccò Israele invadendo la penisola del Sinai. Quanto bastò a creare quello «choc petrolifero» rimasto nella memoria di ciascuno di noi. Il risultato fu un aumento del prezzo del greggio e il blocco delle esportazioni dell’Opec verso Stati Uniti (che videro salire i tassi dal 4,75% al 13% e l’inflazione dal 2% al 14%) e Olanda con una diminuzione netta dell’export mediorientale del 25%, ma le conseguenze furono molto dolorose per tutti, Italia compresa. Nel 1979, con il ritorno dell’ayatollah Khomeini e la fuga dello scià Reza Pahlavi da Teheran vi fu un secondo choc, con conseguenze simili al primo.


Nondimeno il crollo dei prezzi, a dispetto di ciò che si potrebbe ritenere, è tutt’altro che una manna. Non solo i produttori hanno introiti molto risicati, ma le potenze emergenti che sul petrolio sopra gli 80 dollari basavano le proprie prospettive di crescita (pensiamo al Brasile, al Venezuela e alla Nigeria) rischiano di dover affrontare l’incertezza di una stagnazione e di un’economia in pesante rallentamento. Anche la Russia, che il presidente Putin vuol ricondurre al ruolo di grande potenza, è costretta a un taglio del 10% della spesa pubblica. E forse non è un caso l’annuncio di ieri in cui Mosca si ridice pronta a realizzare il gasdotto Turkish Stream (sospeso in seguito all’abbattimento del jet russo da parte degli F16 di Ankara) «sempre che i partner turchi ed europei siano interessati». Il risiko energetico, come si vede, fa sì che si possano rapidamente dimenticare le offese.
Il paradosso odierno dunque è il ribaltamento del rincaro del greggio come arma politica.


Perché anche di ribasso il mercato può asfissiare, fino a morirne. Ma come è accaduto tutto ciò? La caduta del barile negli ultimi mesi è principalmente dovuta alla sovraproduzione orchestrata dall’Arabia Saudita dapprima impiegata per contrastare il progetto americano di indipendenza energetica producendo la materia prima dalle sabbie bituminose e dalla frammentazione idrolitica (i cosiddetti shale oil e shale gas), ma successivamente è diventata l’arma di interdizione nei confronti dell’Iran: per effetto dalla revoca delle sanzioni dopo gli accordi di Vienna sul nucleare, Teheran si dichiara in grado di ripartire con mezzo milione di barili al giorno e di risalire in pochi mesi a un export simile a quello che operava prima dell’embargo, pari a circa 3,4 milioni di barili.


Di fronte a questa guerra silenziosa, ma non meno cruenta e caotica di quella che si combatte nei cieli della Siria e nelle piane desertiche della Libia, del Kurdistan e dell’Iraq, è l’economia a mondiale a soffrire. E quindi indirettamente tutti noi. Non è un caso che nei giorni scorsi Morgan Stanley, Goldman Sachs e Citigroup (come dire la créme delle banche d’investimento americane) abbiano prefigurato un ribasso del greggio sotto la soglia dei 20 dollari. «Nessuno – spiegano gli analisti – è disposto a cedere, a Houston come a Riad».

E pazienza se un terzo dei produttori di gas e petrolio americani stanno rischiando il fallimento e la ristrutturazione al massimo entro i primi mesi del 2017 e un discreto numero di società collegate al mercato petrolifero abbia già fatto istanza per accedere al Chapter 11, la procedura della legge fallimentare americana, per evitare la chiusura. La tendenza, come si vede, non è per nulla incoraggiante. Forse, come suggeriscono alcuni economisti, il mondo sta assistendo alla conclusione di un superciclo delle materie prime. Ma è altrettanto vero che un barile a 10 dollari (i londinesi di Standard Chartered se ne dicono certi) è l’anticamera di un mercato squilibrato e dominato dall’incertezza. Qualcuno dovrebbe salvarlo, questo benedetto barile. Ancora per un po’, almeno sino all’uscita dalla folle era del consumo a oltranza dei combustibili fossili. Se non i governi, troppo impegnati nelle guerre e nei veti incrociati, almeno i gestori di Fondi. Gli unici, forse, in grado di farlo. Purtroppo solo se dovessero concludere che i loro interessi coincidono con l’interesse generale.
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