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Discriminazione
Uganda, omosessuali da difendere
Giulio Albanese
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Il presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni ha firmato ieri la controversa legge che prevede l’ergastolo per gli «omosessuali recidivi». A nulla, dunque, sono valse le richieste di non promulgare il provvedimento da parte di autorevoli esponenti del calibro di Desmond Tutu, primate emerito della comunione anglicana in Sudafrica, o del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Viene, pertanto, spontaneo chiedersi come mai tutto questo possa essere accaduto in un Paese, l’Uganda, che forse più di tanti altri, nel bene e nel male, ha subito un forte influsso culturale dai Paesi occidentali, America in primis. In effetti, già da diversi anni l’Uganda si è rivelato il terreno fertile per la diffusione di Chiese "indipendenti". Alcune di queste sono nate dallo scisma in loco dall’anglicanesimo, dal luteranesimo, dal metodismo o dallo stesso cattolicesimo.

Altre invece sono sbarcate proprio dagli Stati Uniti e hanno assunto un carattere fortemente integralista per quanto concerne la morale personale e collettiva, come la rigida galassia dei Born again (Nati nuovamente). Ecco che allora è maturata una cultura estremamente invasiva nei confronti di alcune fasce della popolazione, per esempio gli omosessuali. Sta di fatto che la legge anti-gay era stata approvata, lo scorso dicembre, in Parlamento a Kampala, dopo che i suoi promotori avevano accettato di emendare il testo originale, depennando la possibilità di ricorrere anche alla pena di morte.

Da rilevare che già nel 2010 l’arcivescovo di Kampala, Cyprian. K. Lwanga, condannò il disegno di legge perché non rispecchiava un «approccio cristiano» alla questione dell’omosessualità.

Un approccio pastorale e dottrinale che rispetta comunque la dignità integrale di tutte le persone, al di là del loro orientamento sessuale.
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