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Grande risorsa da valorizzare
Promemoria volontariato
Marina Corradi
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Ai giovani volontari convocati da Cor Unum da tutta Europa nel giorno di san Martino, il Papa ha dato ieri prima di tutto una parola: «Per i cristiani il volontariato non è puramente espressione di buona volontà. È fondato su una personale esperienza di Cristo».

Richiamo naturale ma non superfluo, in un tempo che sembra avere ancora una memoria cristiana, ma tende a oscurare, di questa memoria, la radice; fra uomini che aspirano alla solidarietà e alla giustizia, e però eliminano i crocifissi dalle loro stanze quotidiane – come per una strana vergogna.

Ma poi Benedetto XVI ha accennato anche al volontariato in senso più ampio, e laico, «elemento universalmente riconosciuto dalla cultura contemporanea». Le cui origini, ha detto, «possono ancora essere ritrovate nella particolare sollecitudine cristiana per la tutela, senza discriminazioni, della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio». Uno sguardo cristiano dunque al fondamento remoto di generosità, solidarietà, ideali che si affermano dal cristianesimo lontani; ma che difficilmente sarebbero stati concepibili in un orizzonte pagano, che non riconosceva a ogni uomo, ricco o povero, o straniero, o malato, un valore assoluto.

E qui, benché il Papa parlasse a tutta l’Europa, viene da pensare al nostro, di Paese. Che, più di altri, è intriso in ogni fibra di questa memoria cristiana. Memoria in anni recenti contestata, rifiutata, poi logorata dalla pressione di media che ci hanno ammaestrato a un’altra fede: nel successo, nella apparenza, e nel consumo. E tuttavia certe impronte sono dure a svanire, se hanno il peso di secoli alle spalle. I paesi e le città italiane sono costellati di chiese dedicate al santo di ieri, Martino di Tours; e spesso, dentro, un quadro riproduce quel santo nell’atto di tagliare il suo mantello a metà, per condividerlo con un mendicante. Non l’abbiamo ascoltata tutti la storia di san Martino, da bambini? Quell’uomo che in sella al suo cavallo orgoglioso si ferma, si china, impietosito, a coprire un miserabile.

La carità in questo nostro Paese è rimasta in un Dna collettivo; rimasta senza più un nome, o chiamata con altri nomi; e però pronta, nella necessità, ad andarsi a offrire gratuitamente dove ce n’è bisogno. Lo abbiamo visto in Liguria, nelle facce di quei mille ragazzi venuti a spalare il fango. E non lo vediamo, perché è vita che scorre sommessa, ma c’è, in tutti i nostri giorni: è il doposcuola dei bambini in difficoltà, spesso stranieri, o un’ora data ai vecchi negli ospizi; o l’assistenza e la compagnia che servono per osare, di questi tempi, mettere al mondo un figlio handicappato, oppure un’adozione, o un affido. C’è un mondo generoso e non raccontato, parallelo, che tesse le nostre giornate, e le cambia, innervandole di un’anima che nessuna logica puramente utilitaristica può avere. Un’anima antica abita questo Paese, e pure nell’ambiente più chiassoso e distratto è difficile disperderla. Rinasce a ogni nuova generazione, quando magari non lo crederesti; ritorna, e si presenta all’appello. O lavora in silenzio, nella fitta rete della sussidiarietà; che è capace di adattarsi ai bisogni con quell’immediatezza che spesso allo Stato manca, e che le viene dalla prossimità alla semplice concretezza quotidiana.

Ricchezza grande, questa gratuità che a volte riscopriamo con stupore, quando tutto, o quasi, attorno, nella convivenza civile, ci sembra farraginoso, smarrito, o svenduto. Così che in questi giorni di travagli e angoscia per l’Italia le parole di Benedetto XVI nel giorno di san Martino, icona antica di carità, c’entrano con noi e il nostro vivere assieme. Oggi che tutto, pare, deve cambiare o essere rimesso in discussione – e si ragiona su una stagione straordinaria di governo del Paese – si tenga ben fermo tra le priorità e le risorse da valorizzare appieno quell’universo di volontariato e di welfare sussidiario che è dell’Italia quasi eredità tramandata, oltre le parole. Quel motore che è ricchezza, e anche bellezza – così trasparente nelle facce dei ragazzi con le pale. Che suscita dapprima stupore, e poi una strana commozione: come se fosse ancora possibile volere un bene comune, e costruirlo assieme.
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