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Il dibattito sui «diritti» nel Pd e non solo
Princìpi e conseguenze
Francesco D'Agostino
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C'è un nuovo documento biopolitico del quale tener conto, con le sue luci e le sue ombre. È il testo che, giovedì scorso, il Comitato dei Diritti del Partito democratico ha definito e offerto al pubblico dibattito. Si tratta di un testo interessante, stimolante e – lo diciamo in senso non polemico – provocante (tant’è che il dibattito, prima di tutto nello stesso Pd, non ha mancato di innescarsi persino con toni accesi). Un preambolo che si mostra diverso per "clima" e tono rispetto a parole d’ordine e slogan di ben altra natura circolati con preoccupante insistenza in casa Pd fin quasi a ieri... Per prima cosa, fa piacere poter annotare che sarebbe difficile a molti, pur collocati su posizioni politiche differenti, dissentire dai suoi snodi fondamentali: il riconoscimento della laicità (positiva, diremmo noi) e della non sacralità dello Stato, quello del diritto alla cura come esigibile da ogni individuo, l’affermazione della centralità della persona umana, la critica alle intrusioni del mercato nell’ambito dei diritti, la visione della pluralità culturale e dell’identità religiosa come un valore e non come una minaccia, la lotta contro ogni discriminazione da accompagnarsi doverosamente a un pieno riconoscimento delle legittime differenze, l’impegno per un reale pluralismo nel sistema mass-mediatico, il forte richiamo ai gravi ritardi che contrassegnano le azioni sociali volte a contenere ogni forma di violenza su donne, malati, persone omosessuali, detenuti… Si potrebbe continuare a lungo, rimarcando il carattere utile e analitico del documento, che dimostra come non sia impossibile imboccare la via che conduce – come all’epoca della Costituente – a rinsaldare un’etica pubblica condivisa, fondata sul riconoscimento, sulla tutela e sulla promozione dei valori imprescindibili e dei diritti umani che ne discendono.
Tutto bene, dunque? O è possibile aggiungere qualcosa di importante a questo testo? Sì. Perché su alcuni punti cruciali il documento appare generico. Probabilmente, questo non è l’effetto di una sua carente elaborazione (che potrebbe essere risolta con un ulteriore sforzo redazionale), ma di un’indecisione profonda che ha caratterizzato e ancora caratterizza il partito a cui appartengono coloro che l’hanno scritto. Se da una parte, infatti, appare evidente che in questo documento, intenzionalmente, non si dà spazio a una lettura "libertaria" dei diritti umani, è però altresì evidente che in alcuni, pochi, ma essenziali punti quell’orizzonte "libertario" torna inesorabilmente a emergere. Ecco alcuni esempi, quelli che appaiono più rilevanti e che si condensano essenzialmente in tre.
Primo esempio. Il documento ribadisce come dovere assoluto quello del rispetto della vita umana e dell’integrità della persona; cita con compiacimento la Direttiva europea che esclude gli embrioni umani da ogni utilizzazione a fini industriali e commerciali. Nello stesso tempo evita di pronunciarsi su quelle pratiche di procreazione assistita che comportano di necessità selezione eugenetica o distruzione intenzionale di embrioni. L’offesa al corpo, sostiene poi il documento, non è solo violazione di uno spazio fisico, ma anche e soprattutto «rottura dell’unità del soggetto umano con se stesso». Non si potrebbe dir meglio. Ma non è anche «rottura dell’unità del soggetto umano con se stesso» il far nascere bambini da procreazione eterologa, moltiplicando le loro figure genitoriali?
Secondo esempio. Il documento riconosce che va assicurato il diritto e il dovere del medico di non praticare l’eutanasia, pur se sollecitata dal paziente. Però nello stesso tempo sostiene che l’ultima parola «sull’intrapresa dei trattamenti e sulla loro prosecuzione è di chi li sopporta». L’espressione è giuridicamente corretta, ma bioeticamente astratta: a cosa ci si riferisce esattamente quando si parla di «ultima parola»? Alle espressioni, spesso incoerenti, di un malato terminale, o in stato di depressione o di abbandono? Mai, come in questo caso, un estremo rigore concettuale ed espressivo sarebbe necessario.
Terzo esempio: il riconoscimento delle unioni omosessuali. Il Documento cita la nota sentenza della Corte Costituzionale (138/2010) che auspica che il legislatore proceda al riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali «con i connessi diritti e doveri».

E' però elusivo sul punto centrale della questione, pur richiamato dalla Corte, quello della rigorosa distinzione tra il matrimonio eterosessuale (che gode di una sua specifica tutela costituzionale ex articolo 29 della Costituzione) e qualsiasi altra forma di «vita di coppia», la cui tutela va riportata alle ben più generiche indicazioni degli articoli 2 e 3 della nostra Carta fondamentale. Non basta auspicare un approfondito bilanciamento degli articoli appena citati per fornire al lettore un’idea chiara su come il problema possa essere risolto. Bisogna sciogliere il nodo e dichiarare – anche su queste pagine di giornale è già stato suggerito più volte, dal 2006 sino ad appena pochi giorni fa – che i rapporti di coppia tra omosessuali possono avere una loro tutela giuridica, non però perché simili, ma perché diversi da quelli eterosessuali. Altrimenti, perché insistere (come si fa nel Documento al § 4.4.) sulla necessità di «distinte piattaforme dei diritti» (diritti dell’eguaglianza e diritti della differenza), in una società che si vuole «aperta e inclusiva»? Sarebbe opportuno, con grande onestà intellettuale, riconoscere che la pressione per una nuova normativa para-matrimoniale (o matrimoniale tout court) non nasce da una pretesa «evoluzione sociale», ma da pressioni ideologiche libertarie, vivaci, potenti, di limitato rilievo sociologico, ma potenzialmente eversive di delicatissimi equilibri sociali. Perché, prima di dare per scontato un intervento legislativo in materia, non aprire finalmente una franca e chiarificatrice riflessione su questo punto anche dentro il Pd?

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