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La ricerca sugli embrioni inglesi
Non si disfa un uomo
Marina Corradi
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«Ci piacerebbe capire quali sono i geni necessari in un embrione umano per sviluppare un bambino sano». La richiesta di poter manipolare degli embrioni allo stadio di sette giorni dal concepimento era stata motivata così dai ricercatori del Francis Crick Institute di Londra. E pochi giorni fa la britannica Hfea, Human Fertilisation and Embryology Authority, ha dato il via libera a uno studio su trenta embrioni umani, prodotti in vitro e "donati" dai genitori a fini di ricerca. La notizia non ha avuto grande eco sui media, tranne che su questo e pochi altri. Siamo ormai assuefatti a sapere di embrioni concepiti in provetta, congelati, reimpiantati dopo anni, e la cosa non ha destato scalpore.


Ma il fatto è che per la prima volta in Occidente si è detto ai ricercatori: prendete e analizzate questi embrioni d’uomo, modificateli, sezionateli, scoprite che cosa permette lo sviluppo fisiologico della gravidanza, e cosa invece no. A fini di ricerca, per studiare le cause dell’infertilità, parte dunque questo progetto, e con la assicurazione che gli embrioni manipolati non saranno mai trasferiti nell’utero di una donna. Lo spettro della "costruzione" di bambini geneticamente modificati sarebbe quindi, al momento, solo fantasia. Gli embrioni a quello stadio di vita, si è detto infine, non sono che una massa di poche cellule, lontani dall’assunzione di una forma umana.


Eppure, quello che si prepara nei laboratori del Francis Crick Institute è un passo senza precedenti, fatta eccezione per una recente sperimentazione in Cina. Perché quei trenta embrioni saranno, in sostanza, cavie. Nell’epoca che sempre di più, e non senza fondamento, si ribella alla sperimentazione sugli animali, a Londra una dotta commissione ha dato il suo placet alla sperimentazione sugli embrioni. Che per tanti credenti e no sono già esseri umani, che per i cristiani (e non solo) sono disegnati da Dio e unici; e che per una consistente parte della comunità scientifica sono un "principio", di cui occorre aver rispetto.


Non è solo l’ipotesi, per ora collettivamente negata, di una futura possibile programmazione genetica dell’uomo ciò che spaventa. Ma è proprio il presente, in quegli avveniristici laboratori londinesi. Prenderanno trenta provette, ciascuna con la sua vita di sette giorni dentro. Ne analizzeranno il Dna, poi interverranno con una nuovissima tecnica, la Crispr-Cas9, sofisticata procedura che consente il gene editing, cioè la modificazione del Dna. Taglieranno e incolleranno, inseriranno o elimineranno un gene; ne "spegneranno" altri, per vedere, in loro assenza, che cosa succede. Come nella sintesi di una sostanza chimica, modificando gli ingredienti alla ricerca del miglior risultato.


Ma il fatto è che quel "grumo" di cellule, impiantato così com’è nell’utero di una donna, avrebbe elevate possibilità di diventare un bambino. Non è diverso, quel piccolo ammasso informe, dalle migliaia di embrioni prodotti in vitro, che in questi anni sono diventati bambini. Non è diverso da ciò che siamo stati tutti noi, un giorno, al nostro inizio. Dove è mai possibile vedere una soluzione di continuità in una gravidanza, un momento in cui il "grumo" si fa uomo? In verità, dobbiamo ammettere che quella minuscola isola dentro nostra madre, eravamo già noi.


Per questo sgomenta che oggi sia lecito andare a mettere le mani su quei trenta, sia pure "a fin di bene"; cercare, frugare, scomporre, sezionare nel principio di un uomo, facendone una cavia. Di un uomo che non nascerà mai, certo; e che però era programmato per nascere, come ognuno di noi. Un uomo ridotto alle sue parti, smontato, ricucito e disfatto. Dov’era il cuore, e dove l’intelligenza, e dove gli occhi? Povero microscopico mucchietto di geni, ognuno di quei trenta, magari conservati poi nel gelo, come pietra miliare della ricerca. Ognuno di quei trenta che avrebbe potuto nascere e vivere, ridotto a cosa, roba, materia. Qualcosa a questo pensiero geme profondamente in noi. Come un eco del Salmo: «Prima che ti formassi nel seno di tua madre, Io ti conoscevo». In quegli straordinari laboratori, fra la più eccelsa scienza degli uomini, la memoria dolente di quei trenta ignoti "tu".
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