martedì 25 giugno 2013
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Dell’Angelus di domenica scorsa, molti hanno citato la frase di papa Francesco sui giovani: «Non abbiate paura di andare controcorrente». Meno numerosi, invece, quelli che hanno ricordato un altro passo: «Oggi, in molte parti del mondo, ci sono martiri: uomini e donne che sono imprigionati, uccisi per il solo motivo di essere cristiani. E sono in numero maggiore che nei primi secoli della Chiesa». I due passaggi, tra l’altro, erano strettamente legati, perché il Papa incitava i giovani ad andare controcorrente «quando ti vogliono rubare la speranza, quando ti propongono valori avariati».Difendere la speranza e i valori per i cristiani, in molte parti del mondo, vuol dire appunto martirio. Ce lo ricordano due episodi, i più recenti di una catena che non s’interrompe mai: ieri a Jilib, in Somalia, un giovane di 28 anni, Hassan Hurshe, che si era convertito al cristianesimo nel periodo in cui viveva in Kenya, è stato fucilato come "apostata" da un drappello di Shabaab, gli estremisti islamici che si ispirano ad al-Qaeda. I familiari di Hurshe hanno abbandonato tutto e sono fuggiti per non subire la stessa sorte. Per la Somalia è il quarto caso di questo genere in poco tempo, stando almeno alle informazioni che riescono a uscire dal Paese.L’altro martire è invece siriano: padre François Mourad, un eremita cattolico, è stato ucciso nei giorni scorsi a Ghanassieh, un piccolo centro (4mila abitanti, in maggioranza cristiani) nella provincia di Idlib. Padre Mourad da qualche tempo si era rifugiato presso il convento di Sant’Antonio da Padova, di pertinenza della Custodia di Terra Santa, che è stato assaltato e saccheggiato da un gruppo islamista appartenente alla galassia degli insorti.Questi, come si diceva, sono alcuni dei casi noti, quelli che vanno a comporre l’imponente martirologio dei cristiani: 105mila uccisi nel 2012, al ritmo allucinante di uno ogni 5 minuti, stando alle ricerche più accreditate e peraltro incontestate. Sarebbe assurdo negare che, nel vasto catalogo di estremismi etnici, nazionalismi perversi e totalitarismi vecchio stile pronti a colpire, il nodo più difficile da sciogliere resta quello dell’islamismo radicale e dei rapporti con l’islam. Si tratta di capitoli diversi, visto che non tutti i musulmani sono "islamisti"; ma collegati, se non altro perché – da diversi decenni ormai – sono gli islamisti a dettare, o a influenzare in modo pesante,  le condizioni politiche, culturali e a volte anche sociali del vivere quotidiano in Paesi come Nigeria, Somalia, Mali, Egitto, Algeria, Tunisia, in gran parte del Medio Oriente, in vaste regioni dell’Asia. Le voci della ragionevolezza, nel mondo islamico, non mancano. Ma sono spesso deboli e isolate e c’è poco che noi possiamo fare per cambiare questa situazione, se non prestar loro il massimo dell’attenzione e offrire alle loro espressioni il massimo della visibilità. Sapendo peraltro che, sull’altra sponda, ci sono addirittura Stati ufficialmente impegnati nel promuovere e finanziare una visione radicale dell’islam che, in situazioni particolari (dall’ex Jugoslavia alla Cecenia, dall’Afghanistan alla Siria di questi mesi), si tramuta con facilità in estremismo, violento sul momento e pronto a infiltrarsi altrove alla prima occasione.Finché non scioglieremo almeno in parte questi nodi, sarà difficile fermare la strage dei cristiani nel mondo. Perché il cristiano è disarmato per vocazione e per scelta ma, come dice papa Francesco, non accetta di farsi «rubare la speranza». È la sua unica forma di "estremismo", quella che vale così spesso il sacrificio. Anche della vita.<+copyright>
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