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Si continua a dire «staccata la spina». Un contagio di falsità che va fermato
Martini, la verità della sua vita merita un laico inchino
Marco Tarquinio
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​Non importa la vita di una persona, conta ciò che si racconta di essa. Non importa la verità delle cose, conta ciò che viene dichiarato e ripetuto come vero. Non importa la testimonianza cristiana resa persino con la propria malattia e la propria morte da un Padre amato da tanti e rispettato da tutti, conta ciò che fa comodo leggere e far leggere in esse grazie alla insistenza di una assurda rappresentazione mediatica di quella malattia e di quella morte. Lo scrivo con grande tristezza e un allarme che cresce.

A due settimane dall’annuncio del ritorno alla casa del Padre del cardinale Carlo Maria Martini, circola ancora e viene spacciata con impressionante leggerezza la insultante "leggenda nera" dell’eutanasia dell’Arcivescovo emerito di Milano. Testuale ieri, di nuovo, su "Repubblica" nell’articolo di presentazione di un libro che raccoglie alcune "conversazioni" tra lo stesso cardinale e il fondatore di quel giornale, Eugenio Scalfari, accompagnate da testi di Vito Mancuso. Scrive l’articolista, attribuendo (pur senza virgolette) la frase a Mancuso e ripetendo quasi alla lettera il memorabile e falsificante incipit del commento ("La fede e il dubbio") scritto in morte di Martini da Scalfari il 1° settembre scorso: «... di tale libertà (...) lo stesso Martini ha dato estrema testimonianza staccando, quando lo ha ritenuto inevitabile, le macchine che lo tenevano artificialmente in vita».

Nessuna macchina ha mai tenuto in vita il cardinal Martini. Paziente esemplare e disciplinato. Nessuna macchina, nessuna vita artificiale, nessun accanimento ingiusto per prolungare a ogni costo l’esistenza di un malato di Parkinson ormai terminale, e che lui sarebbe arrivato a "rifiutare". Tant’è che il suo neurologo, il professor Gianni Pezzoli, ha ribadito che «nessuna spina è mai stata staccata» e che col cardinale erano state concordate «terapie solo per bocca». Oltre naturalmente all’alimentazione e idratazione garantite – sino a che questo è stato utile al morente – tramite flebo. Appropriate cure date e ricevute in serena alleanza col medico curante. Affermare ripetutamente che tutt’altro sarebbe, invece, accaduto significa diffondere una notizia gravemente adulterata. Vuol dire rilanciare un’amara falsità introdotta nel sistema mediatico da una fonte autorevole – Scalfari – e da altre meno autorevoli, ma non meno insistenti. E compiere un’incredibile distorsione della realtà, rimasticata e ripubblicata quasi con la meccanica convinzione che "ripubblicando ripubblicando alla fine si avvererà", almeno nella testa della gente. Ma vera la "eutanasia dell’Arcivescovo" non è mai stata né mai potrà diventarlo, e rappresenta – l’ho già scritto e, qui, lo ripeto – un’autentica bestemmia, un ingiustificabile ed estremo oltraggio a un uomo di Dio che ha servito la verità e coltivato, da cattolico, le virtù della chiarezza, del rispetto e del dialogo.

Penso che tutto questo confermi che sta montando un problema serio nella categoria di noi cronisti. Siamo persone che ovviamente hanno ideali, visioni e opinioni, ma che per mestiere (magari anche sbagliando) devono fare informazione e non operare deformazioni. Lo stesso Scalfari, del resto, a quanto mi risulta, sa come stanno davvero le cose visto che è tra coloro che hanno avuto la possibilità di incontrare il cardinal Martini avviato nell’ultimo tratto del suo cammino terreno con semplice e difficile passo d’uomo, senza "macchine" e con cristiana speranza. Un giornalista dell’esperienza e della statura intellettuale del primo direttore di "Repubblica" non dovrebbe rinunciare a chinare leggermente e laicamente la fronte davanti al "suo" interlocutore Martini e all’errore commesso. E correggerlo una volta per tutte, fermando il contagio della falsità.
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