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Così piaghe e crisi diventano benedizioni
Con occhi risorti
Luigino Bruni
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​Sinai, convento monastero di Santa Caterina - Icona del XIII sec

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Resurrezione è una grande parola della terra. La vita che rinasce dalla morte è la prima legge della natura, delle piante e dei fiori, che riempiono di colori e di bellezza il mondo perché ci dicono che la vita è più grande della morte che la nutre. Le donne e gli uomini rinascono molte volte nel corso dell’esistenza, ritrovandosi risorti dopo lutti, abbandoni, depressioni, malattie che li avevano prima crocifissi. Qualche volta siamo risorti resuscitando qualcun altro dal suo sepolcro, e sono state queste le resurrezioni più belle e vere. Se la resurrezione non fosse stata una parola umana, amica e di casa, quelle donne e quegli uomini di Galilea non sarebbero stati capaci di intuire qualcosa del mistero, unico, che si era compiuto tra la croce e il giorno dopo il sabato.

Se resurrezione è parola umana, allora è anche una parola dell’economia. C’è molta resurrezione nell’economia, nelle imprese, nel mondo del lavoro. La possiamo vedere tutte le mattine, anche in questi tempi di crisi, soprattutto in questi tempi di crisi. Ma dobbiamo imparare a vederla, riconoscerla, guardando il mondo con “occhi di resurrezione”. Non è facile vedere e riconoscere i risorti e le risurrezioni, per molte ragioni, ma soprattutto perché nei corpi dei risorti ci sono le stigmate della passione. E le ferite nostre e degli altri ci fanno paura, fuggiamo da esse e non riusciamo a viverle come l’inizio della resurrezione e il sacramento che l’accompagna sempre. E cercando la resurrezione nell’assenza delle piaghe e del dolore, non la troviamo, o magari la confondiamo con il successo. Non vediamo la resurrezione perché pensiamo che sia l’anti-croce o l’opposto della passione, e non il suo compimento. Fuggiamo dai crocifissi e dagli abbondonati, e non incontriamo i risorti che si trovano soltanto lì. La resurrezione comincia sulla croce, e i suoi segni sono per sempre.

Il Cristo risorto è la resurrezione del suo corpo ferito. La novità di questa resurrezione sta anche nella sua corporeità. Il corpo risorto non è però un ritorno al corpo del giovedì, la resurrezione non è un evento che cancella i segni della flagellazione e della Via Crucis. Il Cristo appare con le sue piaghe, la luce della resurrezione non aveva eliminato le stigmate del venerdì santo. La gloria del risorto non è allora la gloria dell’eroe antico: la sua è una gloria ferita, umile, debole. I risorti che appaiono senza piaghe sono fantasmi, illusioni, sogni, o ideologie, e quindi la loro luce è finta. Le nostre resurrezioni iniziano mentre gridano gli abbandoni sulle croci. E se non impariamo a gridare, non impariamo neanche a risorgere. Non capiamo la logica delle beatitudini se non la guardiamo dalla prospettiva di un risorto con le stigmate.

Le piaghe che restano dopo la resurrezione sono un elemento fondamentale per capire l’economia della salvezza, ma anche la salvezza dell’economia. Se le ferite restano nei corpi risorti, allora non esiste una economia dei crocifissi e una economia dei risorti. La croce e la resurrezione sono dentro la stessa economia, dentro la stessa vita. Per trovare le vere resurrezioni nella nostra società ed economia, dovremmo allora andarle a cercare dove nessuno le cerca più. Tra le tante imprese che stanno nascendo dagli immigrati e dalle loro ferite, nelle molte cooperative che fioriscono dentro le carceri, tra quei giovani che decidono di non lasciare la loro terra e imparano umilmente gli antichi saperi delle mani, in mezzo a quei lavoratori che non si arrendono di fronte alle molte ragioni della proprietà e del mercato e fanno risorgere la loro azienda. Senza commettere l’errore di pensare che le ferite che hanno generato la resurrezione un giorno spariranno, e sarà tutto e solo luce.

Quando nascondiamo i segni delle piaghe, le nostre storie di resurrezione, anche quelle autentiche, non diventano luoghi credibili di speranza per chi si trova ancora nella stagione della croce. Nella nostra economia ci sono troppi sfiduciati che aspettano solo di poter mettere le mani nelle piaghe delle resurrezioni, per poter capire e amare diversamente anche le proprie piaghe non ancora risorte. Le resurrezioni non si trovano al termine delle ferite, ma dentro di esse.

Tra i molti significati della parola pèsach, la prima pasqua, c’è anche il verbo zoppicare (psh). Quando il lettore della Bibbia legge “zoppicare” pensa a Giacobbe, il grande zoppicatore. Nel guado notturno del fiume Yabbok, Elohim lo ferì al nervo sciatico, lo rese zoppo, gli cambiò il nome in Israele. Secondo una tradizione rabbinica Giacobbe zoppicò per il resto della sua vita. Nel combattimento notturno, nel guado del Mar Rosso rinacque il nuovo popolo, ma il segno-ricordo della schiavitù d’Egitto non è mai scomparso dal suo corpo. Dal grande combattimento del Golgota fiorì un corpo risorto con le stigmate. Le resurrezioni sono ferite trasformate in benedizioni, e mai cancellate. Quando si risorge, le ferite restano, ma diventano luminose. Le vere resurrezioni si riconoscono dalla luce che irradia dalle loro piaghe.
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