sabato 30 maggio 2015
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Il compito delle nostre imprese non è diventare "grandi", ma crescere e, meglio ancora, svilupparsi. In pochi giorni sono arrivati ben due autorevoli inviti al passaggio delle imprese nostrane verso la grande dimensione: prima il governatore della Banca d’Italia nelle sue Considerazioni finali, poi Giorgio Squinzi nella relazione all’assemblea annuale di Confindustria. In verità, tutti sappiamo che non avremo mai un’economia caratterizzata da imprese la cui taglia media sia superiore ai 100 milioni di fatturato e ai 250 collaboratori - questi sono i parametri minimi che convenzionalmente identificano la grande impresa - perché troppi sono i fattori storici e strategici che lo sconsigliano.Molto più logico sembra allora riferirsi alla dimensione aziendale come a uno strumento che, contrariamente a un fine da perseguirsi sempre e comunque perché portatore di un valore in sé, va utilizzato se utile nello specifico contesto. Non a caso due aziende dello stesso settore e della stessa proprietà, come Fiat e Ferrari, sembrano perseguire un’omogenea strategia di globalizzazione con politiche dimensionali opposte: la prima pensando di emergere come uno dei tre o quattro gruppi mondiali risultanti dal processo di razionalizzazione in corso nel mercato, la seconda migliorando ulteriormente, anche con adeguate prestazioni sportive, l’immagine di eccellenza planetaria. Non dimentichiamoci, peraltro, che la nostra epoca è tuttora identificata come post-fordista, essendo Ford l’antesignano della grande dimensione capace di produrre con notevoli concentrazioni operaie prodotti standard a costi unitari ridotti. Occorre, al contrario, contrastare la tendenza che vuole la piccola e media impresa opporsi pregiudizialmente a ogni politica di crescita aziendale. Non è vero: sono tantissime le imprese che perseguono la crescita e, tra queste, molte la realizzano, anche incrementando la quota di export sul totale del fatturato.Tra la minore dimensione delle aziende e la loro propensione alla crescita non c’è alcuna controindicazione. Certo, partendo da dimensioni ridotte si può anche raddoppiare fatturato e numero di collaboratori - e sappiamo quanto ciò sia difficile di questi tempi - ma l’esito finale sarà pur sempre un’impresa di piccole e medie dimensioni. Senza dimenticare, come mi ricordava tempo fa un imprenditore, che il fatturato riempie la bocca, l’utile le tasche: il primo è un mezzo, il secondo un fine. Si può crescere per linee interne, per assunzioni e conquista di nuovi mercati, o per linee esterne, tramite acquisizioni e fusioni, ma anche realizzando accordi con altre imprese e così diventare grandi, restando piccoli nelle diverse forme messe a punto dalla fantasia imprenditoriale e di cui le reti di imprese sono solo l’ultima modalità.Ancora più importante della crescita è tuttavia lo sviluppo delle nostre aziende, l’aumento cioè del tasso di managerialità in esse contenuto. La professione di direzione d’azienda, che è cosa diversa dall’imprenditorialità, deve essere sempre più di casa nelle piccole e medie imprese, anche favorendo l’inserimento, accanto all’imprenditore/proprietario, di figure dall’elevato spessore manageriale che, peraltro, il nostro sistema scolastico fatica tuttora a preparare. Questa è la strada per realizzare anche quell’importante indicazione presente nelle parole del presidente di Confindustria in relazione alla contrattazione con i collaboratori: «soluzioni innovative in impresa» e welfare aziendale come esperienza ricca di significato nelle relazioni industriali del futuro, diventeranno patrimonio diffuso nel nostro mondo imprenditoriale solo attraverso un accentuato sviluppo manageriale. Dunque crescete e sviluppatevi, non necessariamente diventate grandi.
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