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Attentato
Vendetta o atto di forza? Isolare gli estremisti
Andrea Lavazza
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È stato fin troppo breve il sollievo per la cattura di Salah Abdeslam. A quattro giorni dall’arresto di una delle presunte menti degli attacchi di novembre a Parigi, il terrorismo jihadista con base in Belgio ha colpito tragicamente con un’azione coordinata, seminando morte all’aeroporto internazionale e in due centralissime stazioni della metropolitana, all’ora di punta mattutina.

Una prova ulteriore di quanto siamo esposti agli attacchi kamikaze o alle bombe lasciate in luoghi pubblici affollati, senza che qualsiasi misura di sicurezza possa garantire una vera protezione. Le autorità belghe erano ben consapevoli del rischio di una rappresaglia e, verosimilmente, l’allerta era massima per tutti gli obiettivi sensibili.

Eppure, i terroristi hanno potuto agire pochi giorni dopo lo scacco subito con la fine della latitanza di Salah. Una volta chiarita la provenienza degli attentatori si potrà ragionare sulla effettiva possibilità di prevenire, anche grazie all’intelligence, azioni come quelle compiute negli snodi chiave di trasporto della capitale d’Europa. Se, infatti, sono state messe nel mirino infrastrutture da cui transitano tutti gli esponenti politici che siedono negli organismi della Ue, è più probabile una motivazione “locale”.

Si è cioè voluta portare a compimento una vendetta e dare una dimostrazione di forza, più che intimidire le istituzioni continentali. “Siamo qui e possiamo agire quando e come vogliamo”, sembra il messaggio implicito nell’onda di distruzione che si è abbattuta su Bruxelles. E, soprattutto, “siamo tanti”. Questo è, purtroppo, l’elemento più inquietante che emerge. Le complicità che hanno permesso al latitante Abdeslam di nascondersi per quattro mesi praticamente a casa propria non possono che essere piuttosto ampie e diffuse. Gli attentati, i più sanguinosi nella storia del Belgio, potevano essere già in fase di preparazione e essere stati anticipati oppure decisi e messi in opera rapidamente, in ogni caso dimostrano che i jihadisti pronti a farsi saltare per la delirante causa del fondamentalismo islamico, siano o meno affiliati dell’Is, sono numerosi e tragicamente “efficienti”.

Paradossalmente, la chiusura dell’intero Paese, con aerei e treni fermati e frontiere sigillate, non fa che amplificare l’effetto delle stragi, dando loro più forza simbolica. È tardi per fermare gli eccidi, il blocco non permetterà verosimilmente di catturare altri terroristi, innalzerà i timori di nuove azioni e limiterà le attività pubbliche ed economiche, provocando ancor più danni e disagi. Difficile non ricorrere a simili provvedimenti restrittivi, ma tutte le reazioni emotive non fanno che aumentare i successi di chi vuole spargere il terrore. Non c’è altra via che isolare gli estremisti prima che possano mettere radici ed estendere le proprie venefiche reti di reclutamento.
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