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La legge sull'omofobia, le sue implicazioni, un'impossibile pretesa
Il problema resta
Francesco D'Agostino
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Non voglio discutere se sia o meno opportuno reprimere penalmente l’omofobia: si tratta di una questione, che, trattata correttamente, dovrebbe avere un esclusivo rilievo di politica criminale, un rilievo di notevole importanza, non tale però da farne questione di prima grandezza, almeno nella situazione italiana di oggi. Ed è evidente che fanno benissimo tutti coloro che, per la preoccupazione che il disegno di legge presentato in materia possa obiettivamente limitare la libertà di pensiero e di religione, si battono per ostacolarne l’approvazione o almeno perché se ne rivedano significativamente i contenuti. Ma la questione che a me interessa maggiormente è piuttosto un’altra e non è primariamente politica, ma filosofica. Mi rendo conto benissimo che in tal modo qualunque riflessione io possa fare in materia diviene, per la maggior parte delle persone, del tutto astratta. Eppure ritengo che questa riflessione vada fatta, perché ha per oggetto il punto nodale della questione omosessuale, che per l’appunto non è politico, ma filosofico (se vogliamo addolcire un po’ quest’espressione, possiamo anche sostituirla con l’espressione «questione antropologica», sulla quale, da anni, richiama la nostra attenzione il cardinal Ruini).

Che gli omosessuali non debbano essere oggetto non solo di alcuna violenza, ma nemmeno di alcuna discriminazione o anche del benché minimo scherno è questione che anch’io ritengo assolutamente assodata ed è per questo che, istintivamente, non ho alcuna difficoltà ad auspicare che il nostro Parlamento vari il disegno di legge di cui tanto si discute in questi giorni. Ma la più ferma avversione nei confronti dell’omofobia non può né deve comportare che l’omosessualità debba essere "rimossa", come "questione". Dobbiamo continuare a interrogarci sull’omosessualità in tutte le sue dimensioni: da quella antropologica a quella religiosa, da quella sociologica a quella simbolica, da quella medico-psicologico-psichiatrica a quella politica. Non possiamo smettere di parlare delle sue cause, della sua natura, del suo rilievo esistenziale, delle sue mille varianti: comportandoci in tal modo, contribuiremmo colpevolmente a continuare a consolidare quel vero e proprio inganno collettivo che si manifesta nel ritenere che la condizione omosessuale non sia meritevole di riflessione filosofica (nonché scientifica). L’omosessualità ha costituito in tutte le epoche, in tutte le culture e nelle tre grandi religioni monoteistiche un "problema": non è negandoli che i problemi si risolvono. È a questo, credo, che volesse riferirsi Jacques Lacan con la sua sarcastica osservazione: «Degli omosessuali si parla. Gli omosessuali li si cura. Gli omosessuali non li si guarisce. E quello che c’è di più formidabile è che non li si guarisce nonostante siano assolutamente guaribili».

Si dirà: ma in tal modo tu togli con la sinistra ciò che concedi con la destra. Sostieni che gli omosessuali non debbono essere discriminati, ma nello stesso tempo ritieni che essi debbano restare "sotto osservazione", come "diversi": cioè, in un linguaggio più schietto, come devianti, psicopatici, peccatori, asociali, perversi (o almeno come potenzialmente tali). E questo sarebbe inaccettabile ed è proprio contro questo modo di pensare, oggettivamente "omofobo", che lottano tanti movimenti. La critica coglierebbe nel segno se io sostenessi che fosse l’omosessualità (e solo l’omosessualità) a costituire un problema antropologico, cioè a spalancare davanti all’individuo le porte della devianza e della perversione e che solo dell’omosessualità dovrebbe interessarsi l’antropologia. Non è così. Non solo l’omosessualità, ma tutte le dimensioni esistenziali, culturali e psicologiche dell’uomo costituiscono "problema", di cui spesso non riusciamo a renderci pienamente conto; in ognuna di esse l’uomo può giungere a "corrompersi". Ogni dimensione dell’amore umano (cioè della più alta esperienza che ci possa essere data in sorte) può alterarsi: la generosità può trasformarsi in prodigalità esibizionistica, la solidarietà può nascondere ignobili calcoli, l’amicizia può essere coltivata per mere ragioni di interesse, la genitorialità può esprimersi in forme di cieca brutalità; perfino l’amore coniugale può perdersi, perché (come ammoniva Giovanni Paolo II) può ben essere possibile che un uomo commetta "adulterio" con la propria moglie, amandone il corpo, ma non l’anima. L’uomo ha il dovere di controllare se stesso in tutte le sue espressioni, perché in ognuna e da ognuna di esse può emergere la contraddizione, la violenza, il male: guai a banalizzare la "normalità" (nel nostro caso l’eterosessualità), come se essa ci santificasse, mettendoci al riparo dal male e dal peccato e guai a stigmatizzare l’"anormalità" (nel nostro caso l’omosessualità), come se in essa potessimo far confluire tutto ciò che ci appare inaccettabilmente malvagio e perverso. Dobbiamo costantemente, sia come singoli che come soggetti sociali, «invigilare noi stessi» (per riprendere l’espressione di un grande filosofo), perché la banalizzazione dell’esperienza non è una via di liberazione, ma piuttosto di accecamento. Chiunque sia a favore dell’approvazione della legge contro l’omofobia non dovrebbe cadere nella trappola di pensare che in tal modo l’omosessualità cesserebbe di essere un "problema": essa resterà comunque una grave "questione antropologica", che non sarebbe intellettualmente onesto rimuovere.​​​​
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