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La buona Calabria di Michele, cronista
Il Dio del perdono. E del cronista sotto scorta
Antonio Maria Mira
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​Michele Albanese

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«Il mio Dio, il nostro Dio, non è il loro Dio. Perché il mio Dio è misericordioso, il mio Dio sa perdonare, il mio Dio perdona. Il mio Dio è un Dio di speranza, non di morte e violenza». No, non si parla di fondamentalisti, di Daesh, di Medioriente ma di Calabria e ’ndrangheta. Le parole sono di Michele Albanese, giornalista del "Quotidiano del Sud" da un anno e mezzo sotto scorta per concrete e pericolosissime minacce della mafia calabrese. Le abbiamo ascoltate nella seconda puntata del bel programma di Rai1 "Cose nostre". Quattro storie, il sabato sera (tardi, purtroppo) di giornalisti sotto tiro. Parole che non stupiscono.


Conosciamo da molti anni Michele, spesso lavoriamo insieme, come due settimane fa in occasione della nuova impennata di tensione a Rosarno. Parole chiare, per qualcuno forse un po’ inusuali in bocca a un giornalista. Il "Dio del perdono" proclamato da chi, dopo aver raccontato tante volte la violenza, ora la vive sulla sua pelle e su quella della sua famiglia. Ma Michele, cresciuto all’ombra del campanile, parla del Dio che ha conosciuto nella sua formazione familiare, nelle associazioni ecclesiali, nel rapporto con alcuni parroci. Non lo dissimula di raccontarlo davanti alla telecamera. Anzi lo rivendica confrontandolo col "dio della ’ndrangheta", con la pseudoreligiosità dei mafiosi, coi loro riti di iniziazione dove si brucia un santino dell’Arcangelo Michele (già, proprio il suo nome...), con la "gestione" delle processioni.


Come quella di Oppido Mamertina, con quell’inchino davanti alla casa del boss che Michele aveva raccontato per primo «Non è possibile far inchinare le statue dei santi davanti alle case dei boss». Non ci sta Michele, così come non ci stanno tanti veri calabresi che dicono "no" alla pseudocultura ’ndranghetista, alla violenza che usa anche simboli e immagini religiose, e con questi cerca consenso e giustificazione, come quando uno ’ndranghetista spiega che «l’arcangelo Michele è l’unico con la spada».


Per questo dalla bocca di Michele esce uno spontaneo «Bravo!», quando sotto il palco nella piana di Sibari, ascolta papa Francesco scomunicare gli uomini della ’ndrangheta. «Un momento di liberazione. Finalmente si separava l’olio dall’acqua». Parla e scrive chiaro Michele, giornalista «dalla schiena dritta, senza mai piegarsi, perché la gente deve capire che ci sono alternative a soggiacere alla ’ndrangheta, che esiste una vita fatta di libertà, di futuro, di lavoro», come dice il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho. Per questo Michele è finito nel mirino dei clan. Per questo ora passa più tempo coi ragazzi della scorta («Sono miei amici») che coi vecchi amici. Ma forte di una profonda e convinta formazione non perde la speranza. «Spesso mi chiedo se rifarei quello che ho fatto. Ma non posso che dire di "sì", perchè noi abbiamo diritto alla vita come tutte le comunità del mondo».


È questa la Calabria che ci piace, che raccontiamo assieme a quella negativa, sempre troppa. Una Calabria spesso fatta di bella e profetica Chiesa: vescovi, sacerdoti, laici. L’ha ricordato il Papa sempre a Sibari, ma chiedendo di fare di più. «La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere». Spesso le voci positive sono lasciate sole. Lo dice con chiarezza don Pino Demasi, parroco di Polistena amico di Michele e ben noto ai lettori di "Avvenire". «Se lasciamo solo Michele, se lasciamo sole le persone che lottano e aprono strade, è chiaro che le mettiamo in pericolo. Se invece recuperiamo un "noi" collettivo, se facciamo un lavoro di rete, credo che sono le mafie ad avere paura». Non basta la solidarietà "dopo". Serve fare squadra "prima". Michele ha scelto coerentemente, raccontando il brutto e il bello della sua terra. Una terra che racconta anche coi presepi che ogni anno costruisce per regalarli agli amici.


Penna e taccuino, con una forza che viene da lontano messa ora a dura prova dalla vita blindata. «Esco solo quando è necessario. Passeggiare in piazza con la scorta è quasi un’ostentazione». Con la preoccupazione del marito e del papà. Ma con convinzioni forti, come gli enormi ulivi della Piana che Michele paragona ai calabresi, «quasi schiacciati dal peso del contesto sociale, ma che comunque nonostante questo loro contorcersi, si proiettano verso l’alto alla ricerca della luce». Lui lo fa, anche per noi, dal suo piccolo paese di Cinquefrondi, avamposto della legalità e della speranza.
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