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Assurda norma sull'incesto
Il carnefice normalizzato
Giuseppe Anzani
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La Camera ha respinto la proposta di stralciare dal disegno di legge sul riconoscimento dei figli naturali l’emendamento introdotto a sopprimere la diversa disciplina dedicata all’incesto, e ai figli d’incesto, che i genitori potranno riconoscere col consenso d’un giudice.

L’argomento mi è doloroso. Non sono i figli gli incestuosi, sono i genitori. E i figli hanno tutti i diritti, pur quando i genitori avessero violato tutti i doveri. Ma è appunto in questa distinzione, o separazione di sfere giuridiche (che è già una tragedia, in queste storie sventurate) che la riflessione cerca giustizia. L’incesto ha dagli albori dell’umanità, nella graduatoria dei disvalori, il posto della violazione somma, esplorata dalla psicanalisi moderna non meno che dalla grande letteratura tragica antica (come dimenticare il cuore di Antigone, dei suoi fratelli uccisi per reciproca mano, figli d’un padre figlio di identica madre) e oggi affiorante nelle cronache, rare ma crudelissime, di inaudite violenze.

Non sono i figli, mai, colpevoli. Ma resta il problema di che cosa fare, di giusto. Ci siamo lasciati alle spalle il postulato che a dannare i figli della generazione incestuosa, relegandoli nell’inferno degli orfani predefiniti, sia il principio di tutela della famiglia così preminente da cancellare la loro identità, il loro destino, la loro verità (soppressa), la vergogna della vita. No, sono figli d’uomo e di donna. Possiamo aver  detto che i genitori non hanno diritto, loro, di dirli figli. Ma loro, i figli, hanno diritto di dire padre e madre a chi li ha così generati, se vogliono. È questo il succo, e il risultato, di una sentenza della Corte costituzionale che risale a dieci anni fa (n. 494/2002). Disse che ai figli non si può far colpa dell’altrui colpa, né rinnegare il diritto (Onu, Dichiarazione1989, art. 8) a un genitore, a un nome, a una famiglia. Sicché già ora, per la legge attuale vigente, il figlio di genitori incestuosi può chiedere al giudice d’esser dichiarato figlio, acquisendo tutti i diritti d’un figlio, qual è.

Sul versante inverso, invece, il genitore incestuoso non può raggiungerlo col riconoscimento preventivo. È per lui un’esclusione che reagisce al disvalore della sua condotta, repressa anche dal codice penale. Qualcosa che macchia lui, non il figlio a lui sottratto, e se non c’è macchia non c’è divieto. Così nei casi in cui la relazione di sangue fu sconosciuta, per chi fu in buona fede; e così per chi fu vittima di violenza. Perché anche a questo ci espongono le cronache, quando raccontano che l’innocente figlio dell’incesto è frutto di violenza dentro la cerchia familiare. Allora si capisce che negare il bambino alla vittima raddoppierebbe violenza, e che il riconoscimento può essere fatto, perché nessuna norma o giudizio (c’è un giudice che comunque decide) può schiacciare la vita con il rullo di teoremi. Non è lo stesso, ovviamente, per il carnefice. Così la legge qual è.

Con la nuova proposta, invece, il riconoscimento dopo incesto diviene cosa ordinaria, purché autorizzata da un giudice. Al punto che ne può trasudare una suggestione obliqua, allineando i modi dei genitori di mettere al mondo i figli, tra sposi, o tra estranei, o adesso mediante incesti. No, non è così che si rispetterebbe la vita dei figli, e almeno si chiarisca da subito che «l’interesse del figlio e la necessità di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio» rifiuta di trasformare il rimedio giusto e possibile a una infamia compiuta contro di lui in una normalizzazione della turpitudine.
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