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Il gesto (ricambiato) del Papa
Valdesi, il comune cammino
Marco Impagliazzo
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​Pietro Romeo / Riforma

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Con qualche fretta eccessiva, e senza una comprensione profonda di un cammino di riconciliazione complesso e delicato tra la Chiesa cattolica e quella valdese, alcuni organi di stampa hanno ieri titolato che i valdesi e i metodisti rifiutavano la richiesta di perdono fatta da papa Francesco lo scorso 22 giugno nella sua visita alla chiesa valdese di Torino. Il fraintendimento giornalistico è nato da un passaggio della lettera aperta indirizzata al Papa dal Sinodo valdese riunito in questi giorni a Torre Pellice: «Questa nuova situazione non ci autorizza però a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al loro posto». Da qui la semplificazione: i valdesi non accettano la mano tesa e la richiesta di perdono di Francesco.

Non è così. Tale interpretazione è stata decisamente respinta dal pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese: «Chi ha interpretato così non ha nessuna sensibilità religiosa, teologica, filosofica. Forse è un passaggio troppo teologicamente raffinato che invece il Papa comprenderà benissimo». Insomma, una tempesta in un bicchiere d’acqua, prontamente placata con vivo senso di responsabilità dal moderatore della Tavola. Non è però un temporale estivo, ma un fatto storico. Anche perché il perdono cristiano non consiste in scuse formali o rituali, una specie di sorry inglese.

È un episodio che fa riflettere sulla necessità di analizzare con cura certi fatti, soprattutto quando si tratta di vicende lunghe, dolorose, che hanno portato a divisioni, a separazioni anche violente. Molto significativo è il gesto del Sinodo valdese: un gesto diretto al Papa, una lettera in cui lo si chiama «caro fratello in Cristo Gesù». Il perdono si inserisce in una storia di cristiani che si riconoscono fratelli: «Le nostre Chiese (valdese e metodista, ndr) sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi». Questo sì che appare un fatto nuovo: è una notizia? In tanti crediamo di sì: le Chiese evangeliche italiane sono disposte a scrivere una storia nuova insieme alla Chiesa cattolica. Finora questa storia comune non era esistita, salva l’amicizia e la fraternità realizzate tra singoli valdesi e cattolici.

Per ottocento anni ha pesato un’estraneità densa di divisione, anche perché il papato si è coinvolto in alcuni fatti storici che hanno duramente ferito la comunità valdese. La decisione di una rinnovata storia comune – ha dichiarato Bernardini – è meditata e impegnativa, non estemporanea. Nasce da un evento storico: le parole di Francesco nel tempio valdese di Torino. Tra l’altro è la prima volta che un Sinodo valdese si rivolge direttamente a un Papa. È il segno di una comunicazione fraterna che, se non cancella come un colpo di spugna la storia, mostra il livello di fiducia tra cattolici e valdesi.

Sono fatti cristiani, che vanno analizzati con debita attenzione nella loro complessità e profondità. Non si possono capire attraverso semplificazioni. Sono stati possibili per la Chiesa cattolica grazie alla lunga strada intrapresa cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II e dal lavoro di tanti cristiani che hanno fatto dell’impegno ecumenico una vocazione, aprendo nuove strade di comprensione e di unità.
 
Nella Chiesa valdese si possono ricordare i pastori Valdo Vinay, che tanti legami anche personali ha intessuto con i cattolici e che per anni ha predicato regolarmente alla preghiera della Comunità di Sant’Egidio, e Renzo Bertalot, generoso pioniere dell’ecumenismo e tra i fondatori della Società Biblica in Italia. Al Sinodo valdese sono presenti pastori, come Paolo Ricca, che con grande gioia vivono questa nuova stagione di amicizia. Questa è una storia del cristianesimo italiano con lacerazioni più antiche di quelle della Riforma, ma anche oggi una vicenda grande nella storia religiosa del nostro Paese. Insomma, in Italia, sta succedendo qualcosa d’importante.
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