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Benedetto XVI al Bundestag: oltre il positivismo
Senza riferimento a Dio il diritto rimane privo di fondamento
Benedetto Ippolito
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Non è stato necessario attendere neanche un giorno per rilevare l’importanza del discorso tenuto da Benedetto XVI giovedì scorso al Bundestag, nell’ambito di un viaggio in Germania denso di appuntamenti e di confronti. D’altra parte, la Camera Alta era il luogo perfetto per proporre una riflessione profonda sul senso della politica e collocare nella giusta prospettiva l’attività primaria dello Stato, quella di fare le leggi. Nel cuore dell’Europa il Papa ha voluto sollecitare la coscienza tedesca sulle radici giuridiche dell’Occidente, che sono state assicurate stabilmente nel tempo dall’incontro felice tra la religione cristiana, la filosofica greca e la giurisprudenza romana.

Di là del ragionamento stretto sui fondamenti validi del diritto naturale, per altro già affrontato nelle prime tre Encicliche del suo intenso pontificato, a Berlino Benedetto XVI si è soffermato prevalentemente sull’enorme problema del significato delle leggi, la cui forza e influenza è riscontrabile nelle moltissime applicazioni concrete della vita di tutti i giorni. Più nello specifico, Ratzinger ha osservato come «la visione positivista – cioè puramente formale – del mondo sia una parte grandiosa della conoscenza umana, alla quale non dobbiamo rinunciare.

Ma essa non è una lettura che corrisponda e sia sufficiente per essere uomini in tutta l’ampiezza». Ciò emerge lampante nelle decisioni sbagliate che orientano le opzioni di chi governa davanti a questioni morali difficilissime. L’esempio più immediato è lo scarso rispetto ecologico del creato, con l’inadeguato e irresponsabile uso spregiudicato e iniquo delle risorse presenti. Un’attenta considerazione ambientale può nascere, in realtà, solo dalla consapevolezza essenziale che «l’uomo non crea se stesso», perché la sua «natura personale non è esaurita dalla libertà». Tale è, in effetti, il confine preciso che distingue una comprensione etica del mondo da un uso strumentale e spregiudicato del territorio.

In tal senso Benedetto XVI ha aperto un confronto esplicito con il padre del pensiero giuridico tedesco, Hans Kelsen, ricordando come questi, dopo aver cercato invano di costruire un sistema esclusivamente basato sulla legge scritta, sia dovuto incorrere alla fine in insormontabili e sfibranti contraddizioni.

Il pensiero di Kelsen si è arenato per la rinuncia totale alla sola idea risolutiva che dà fondamento logico al diritto, ossia il riferimento trascendente a Dio. Come sanno i teologi, infatti, l’unico pilastro con cui è possibile salvaguardare l’intelligenza, la libertà dell’uomo e il rispetto della natura circostante è solo Dio creatore, perché Egli è il principio che permette di concepire il valore supremo della natura creata rispetto ai tanti interessi esistenti.

La responsabilità dell’uomo davanti a Dio genera, infatti, una base sicura alla politica e al diritto, che accosta pienamente la democrazia delle istituzioni ad alcuni valori universali insindacabili, cioè indipendenti dal dispotismo del potere.

Una grande e imperiosa lezione morale, quella del Papa, che esorta i parlamentari ad approfondire e accrescere la tecnica giuridica, favorendo appunto il buon diritto, arginando e risolvendo i limiti di un legalismo privo della razionalità sufficiente a garantire istituzioni giuste e valide per tutti. In tal modo, non soltanto lo scontro tra libertà e legalità diviene compatibile con una ragionevole ed equilibrata convivenza democratica, ma i presupposti del potere giudiziario e legislativo riescono a concorrere armonicamente nel produrre un sistema giusto, che sappia riconoscere costantemente il valore integrale della persona umana, fine superiore rispetto alla codificazione astratta della legge positiva. In definitiva, secondo Benedetto XVI la giusta legalità è salva solo quando esiste una base di verità che guidi con intelligenza le libertà individuali.
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