lunedì 22 aprile 2013
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Le cronache continuano a parlarci di suicidi di imprenditori e di lavoratori. Ma ci sono anche tanti, troppi, veri e propri suicidi di imprese, di cui invece si parla molto poco. Questa crisi è proprio una "grande depressione". Vi ritroviamo tutti i sintomi delle depressioni serie: tristezza costante, mancanza di entusiasmo, il desiderio che si spegne, voglia di lasciarsi andare, e soprattutto assenza di gioia di vivere, di quella voglia di alzarsi al mattino con il gusto di affrontare la giornata, di incontrare la gente, di avere qualcosa di bello da fare e da raccontare a se stessi, alla propria famiglia, agli altri. Il senso della vita non è, e non deve essere, soltanto il senso del lavoro, ma è anche il senso del lavoro e dell’impresa. In Cina mi ha colpito scoprire che la parola che in occidente chiamiamo "business" è composta dall’unione di due ideogrammi, vita e significato: il senso della vita. «Ho fatto nascere questa impresa perché avevo qualcosa di bello da dire», mi ha detto un giorno un imprenditore. Anche facendo impresa e lavorando si acquista senso, significato e direzione. E quando lavoro e impresa entrano in crisi, può accadere che non si sappia più dove andare, ci si smarrisca, e quindi si perda il perché del cammino e delle sue fatiche. C’è una grande fatica tipica di questi tempi. È quella che vivono gli imprenditori che cercano di resistere alle forti tentazioni di vendere la loro azienda, o di chiudere, mollare. Ci sono aziende che è bene che siano vendute, e per diverse ragioni. Perché la proprietà ha esaurito la sua forza vitale innovativa, perché l’imprenditore va in pensione e i figli non hanno intenzione di continuare l’opera, o perché è un’impresa che non era nata da un progetto vitale ma dall’aver colto un’opportunità, e come la si è colta in "entrata" la si può cogliere – magari a condizioni meno favorevoli – anche in "uscita". E potremmo continuare, con molte altre ragioni di "buone" vendite di aziende, che spesso producono gli stessi effetti della vendita da parte degli eredi di una ricca e antica biblioteca: dispiace, ma i libri vengono liberati, tornando a rivivere in altri lettori, in nuove biblioteche. Ci sono poi imprese che è addirittura bene che chiudano, perché semplicemente hanno concluso il loro ciclo di vita e la loro funzione, o perché sarebbe troppo costoso e probabilmente inefficiente investire per sperare in una seconda vita, o perché nate male per puri scopi speculativi. Per queste aziende valgono le parole scritte da Manzoni su donna Prassede: «Quando si dice ch’era morta, è detto tutto». La responsabilità di proprietari e istituzioni è però fare in modo che i danni sui lavoratori siano evitati o limitati al minimo, cosa che nei periodi recessivi purtroppo non avviene quasi mai, o troppo raramente. Ma ci sono imprese che non dovrebbero né essere vendute né chiuse, perché hanno ancora qualcosa da dire, storie da raccontare, potenzialità inespresse, buoni prodotti. Oggi molte di queste imprese stanno facendo questa triste fine. Dietro queste vendite o chiusure sbagliate c’è spesso una crisi personale di un imprenditore, di una imprenditrice, di una famiglia, di un gruppo di persone, che ad un certo punto non credono più che la loro "creatura" possa avere un futuro. Queste crisi sono parte della vita, ma nelle fasi di depressione collettiva come la nostra, queste crisi diventano molte, più dure, amplificate dal senso di abbandono da parte di mercati, banche, istituzioni. In molti casi l’imprenditore entra in una vera prova morale o spirituale, e ha l’impressione di aver condotto se stesso, la sua famiglia, i suoi lavoratori, la comunità circonvicina, in una avventura ingenua e sbagliata, legata magari (lui pensa) a superbia, orgoglio, alla non consapevolezza dei propri limiti e veri mezzi. A volte queste esperienze si accompagnano a malattie, stanchezza, calunnie, denunce, e si intravvede nella vendita, o persino nella liquidazione dell’impresa l’unica via di salvezza, agognata. E così, soprattutto quando la crisi riduce fatturato e margini, non si vede l’ora che qualcuno arrivi e ci tolga quello che, da "senso" della vita ormai è solo un peso se non un incubo. In questi momenti non importa chi, con quali capitali e con quale progetto questo nuovo imprenditore/speculatore arrivi, purché convinca le banche, e magari i sindacati. Così decenni, a volte secoli, di storia familiare, comunitaria, di capitali di saperi, rischiano di svanire, perché non si hanno la forza e le condizioni per superare la prova, e perché troppe volte si è soli, e lasciati soli dalle istituzioni. È l’impresa che si suicida, e a volte con essa anche l’imprenditore. I dati sulla cattiva cessione di queste buone aziende sono gravi, impressionanti. C’è allora un bisogno estremo di creare "luoghi" per accompagnare questi imprenditori e lavoratori che si trovano ad affrontare queste prove individuali e collettive. Le civiltà hanno conosciuto malattie sociali simili, e le hanno sapute curare (con i riti, l’arte, i miti). Una cura, e i suoi luoghi, che dobbiamo cercare, presto, anche noi. In questi nuovi luoghi non occorrono tanto consulenti fiscali o economisti, e neanche le (necessarissime) istituzioni, ma esperti in umanità, donne e uomini capaci di speranza, che conoscono gli animi umani, e li sanno curare con l’ascolto delle loro storie e con (poche) parole. Soprattutto servono comunità curanti. E invece nella nostra cultura abbiamo separato troppo il "business" dal resto dalla vita, i contratti dai doni, l’eros dall’<+corsivo_bandiera>agape<+tondo_bandiera>; e così non capiamo più che una imprenditrice e un imprenditore sono prima persone, e che dietro a una crisi aziendale si può nascondere una vera prova morale e spirituale, che va curata a questo livello, che è molto più profondo e vitale dei "business plan" e dei prestiti bancari (che comunque oggi aiuterebbero, e molto). Per ridare vita al nostro "business" malato occorre allora ridare "senso della vita" e della loro impresa a tanti imprenditori e lavoratori che lo stanno perdendo.​​​​
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