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Un misfatto e un'urgenza
La guerra in Siria e ciò che resta di Aleppo
Andrea Riccardi
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Stiamo assistendo alla battaglia di Aleppo. La città è morta, nonostante tanti ancora sopravvivano tra le sue rovine. Un tessuto urbano prezioso è stato sconvolto. L’ambiente è ormai invivibile. L’assedio dura dal 2012. Hanno lasciato la città tanti aleppini che potevano farlo. La gente di Aleppo sente che non c’è più futuro, nonostante vanti una continuità abitativa in quel luogo per quasi cinquemila anni. Ora, con l’offensiva russo-siriana, decine di migliaia fuggono verso la frontiera turca, ormai chiusa. Ma quante frontiere si sono chiuse e si stanno chiudendo ai siriani in Medio Oriente e in Europa!

Il mondo aleppino, vero patrimonio dell’umanità, è finito. Purtroppo, tanti uomini, donne e bambini hanno perso la vita o hanno vissuto inenarrabili sofferenze in anni di bombardamenti, scontri e isolamento. Perché tutto questo? Scrivo volentieri per cercare una risposta sulle pagine di un giornale che, per settimane, con coraggio ha sostenuto l’appello, Save Aleppo. L’avevo lanciato il 22 giugno 2014 perché bisognava salvare la città: «Salvare Aleppo val più di un’affermazione di parte sul campo». Aleppo poteva essere l’inizio di un processo di pacificazione o almeno una tregua che fermasse la guerra: in quell’area specifica e magari, poi, regione dopo regione.

Nessuno ha avuto interesse a salvare Aleppo. Non l’hanno fatto i "ribelli", che occupavano la parte della città ora attaccata e bombardata dai siriani e dai loro alleati. Il Daesh in quei giorni, era ebbro della proclamazione del califfato, e oggi – mi pare – le vite umane hanno ancor meno valore per questa realtà criminale. Lo stesso potrebbe dirsi delle propaggini locali di al-Qaeda. Il mondo della cosiddetta opposizione, frantumato in conflitti interni, non ha colto come salvare Aleppo fosse segno di maturità responsabile. Gli interessava? Non interessava a chi ha creduto di guadagnare con il caos, come la Turchia o l’Arabia Saudita. Dispiace dirlo. Le rovine di Aleppo restano un atto di accusa, come quelle di Varsavia nella seconda guerra mondiale.

Sono anche un atto di accusa per il governo di Damasco, che – assieme a tante crudeltà – si è squalificato fin dall’inizio bombardando il suo stesso popolo. Questa politica ha coinvolto i suoi alleati, tra cui un grande paese come la Russia. Per molti, tra cui i cristiani, Assad è il male minore. Ma come è stato possibile credere che la sua vittoria avrebbe salvato la Siria?

Quanto tempo è passato, mentre Aleppo e la Siria morivano. Questo scialo di tempo e di vite umane è avvenuto per il fanatismo di alcuni e il perseguimento cinico dell’interesse di parte di troppi. È mancato un coraggioso realismo, capace di comporre i diversi interessi con la sopravvivenza di Aleppo. Pur di non trattare con i russi, gli americani e gli occidentali hanno confidato su forze divise, sempre più radicalizzate, trasformiste, anche se non sono mancati combattenti per la libertà. Bisognava negoziare presto. E invece ciascun attore ha fatto una politica di parte, senza capire che così  – con la guerra – tutto era perduto.

Le rovine di Aleppo testimoniano come la parzialità, il settarismo, il cinismo, abbiano portato alla fine della "città del vivere insieme", perduta per sempre. Forse alcuni saranno contenti di questo fallimento. Non noi, che crediamo che democrazia sia, appunto, vivere insieme. Non i musulmani che vedono il nome dell’islam ridotto a fanatismo. Non i cristiani, che hanno perso una presenza bimillenaria in un crocevia storico. Mi ricordo la bella cattedrale armena dei Quaranta Martiri, cominciata nel XV secolo, ora una rovina: era stata testimone della generosità di Aleppo nel 1915 verso i deportati armeni.
Il "Washington Post" parla ora di una «miniguerra mondiale» attorno alla città. È un "gioco" pericoloso – come si è visto con la vicenda dell’aereo russo abbattuto dai turchi –, che rischia innalzamenti di tensione. Questo pericolo ha spinto alle scelte di Monaco, che vanno applicate e ampliate.

Di fronte a questa guerra, la nostra opinione pubblica è stata incerta, divisa, impotente e indifferente, incapace di chiedere, innanzitutto,di salvare Aleppo. Non si tratta dell’iniziativa dell’uno o dell’altro, ma di vite umane e di una città-simbolo della civiltà. Non si è capito che salvare Aleppo potesse essere un punto di svolta e una battaglia di civiltà. Ora, per lealtà a quelli che resistono alla voglia di fuggire dalla città, per rispetto dei tanti caduti e profughi, bisogna fare presto a salvare Aleppo. Almeno quello che ne resta.
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