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Spinte eutanasiche in Europa
La china rovinosa
Francesco Ognibene
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​Se ancora non fosse chiaro che cosa c’è di storto dietro l’angolo di certi "diritti", basterebbe dare un’occhiata alle cronache belghe: dieci anni dopo la legalizzazione dell’eutanasia, il Parlamento sta considerando seriamente l’ipotesi di estendere la somministrazione di morte a minorenni e malati di demenza senile, sinora esclusi perché la loro volontà non è sufficientemente definibile. Il Partito socialista, che propone l’ulteriore ampliamento delle maglie di una legge resa sempre più permissiva da una prassi nebulosa, parla di un "diritto" che in presenza di situazioni particolarmente sofferte non può essere negato per motivi anagrafici o sanitari. Ma è ormai evidente che se si fa diventare la morte oggetto di un "diritto" – quello di scegliere in modo insindacabile la propria fine – non c’è più alcuna ragione valida per limitare l’accesso e la fruizione del diritto di morte.

Il caso belga è l’esempio di quel che accade quando si schiude la porta della legge alla soppressione volontaria di una vita, per quanto consenziente: la marcia sul piano inclinato della vita "relativa" non conosce più freni e, anzi, non si tardano ad aprire scorciatoie nel nome del diritto e della legalità.

La lezione che arriva da poco più a nord non scoraggia affatto la Francia, che ieri ha mosso il primo passo formale verso la depenalizzazione dell’eutanasia con la felpata dichiarazione alla quale il presidente socialista Hollande ha affidato l’annuncio di un disegno di legge in materia entro il giugno 2013. Recependo – a modo suo – le conclusioni della Commissione presieduta da Didier Sicard, autorevole medico e bioeticista sempre prudente in fatto di scelte sul destino della vita, l’Eliseo ha tracciato nero su bianco una rotta che non lascia molti dubbi sull’intento e (visti i numeri all’Assemblea nazionale) sul possibile esito finale. Al Comitato di bioetica Hollande ha chiesto ora di fornire un parere al Parlamento su tre questioni: come «raccogliere e applicare» le direttive anticipate di ciascun cittadino sul fine vita? Con quali modalità e condizioni «permettere a un malato grave e incurabile» di «essere accompagnato e assistito nella sua volontà di metter fine lui stesso alla propria vita»? Come «rendere più degni gli ultimi momenti di un paziente sul quale siano stati interrotti i trattamenti» per effetto di una decisione del malato stesso o dei suoi familiari? Domande che, per come le pone lo stesso comunicato della presidenza francese, permettono di leggere agevolmente tra le righe che al centro viene posto il criterio dell’autodeterminazione individuale, del tutto affrancato da quel principio di «alleanza terapeutica» tra paziente e medico, nemmeno menzionato, che pareva un dato assodato di civiltà ed era anche l’asse portante del disegno di legge del Parlamento italiano (affossato da forze politiche che con Hollande partecipano al Partito socialista europeo). Per quanto Sicard si sia poi preoccupato di precisare che la sua commissione non intende affatto legittimare il suicidio assistito, ormai l’Eliseo sembra aver fatto la sua scelta, disegnando una china che somiglia a quella già discesa dal Belgio (e prima ancora dall’Olanda).

Non è difficile neppure capire il motivo che spinge il governo socialista francese a svolte laceranti su temi come la vita e la famiglia (si pensi al progetto di legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso, ormai avviato) di così rilevante e rischioso impatto sull’architettura naturale e umana della società: in tempi di crisi, che riducono gli spazi di manovra politici in campo economico-sociale, s’imbocca la via delle riforme ad alto tasso di ideologia, annegando in una nebbia di clamori mediatici la sostanziale impossibilità di dare una prospettiva realmente nuova a un Paese disilluso. È la via che in Spagna ha già percorso Zapatero, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Gli italiani faranno bene a rimanere vigili, perché il catalogo delle riforme antropologicamente devastanti è già squadernato: a chi vorrà riproporne le soluzioni – uguali sotto ogni bandiera – basterà tradurlo. Quando si tratterà di eleggere il nuovo Parlamento dovremo tenerne conto. Con gli occhi bene aperti su programmi e persone che si candidano a realizzarli.
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