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Editoriale di Natale
Povero per i poveri. Dono di Dio per tutti
Angelo Bagnasco
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«Benedetto il bimbo, che oggi ha fatto esultare Betlemme. / Benedetto l’infante, che oggi ha ringiovanito l’umanità. / Benedetto il frutto, che ha chinato se stesso verso la nostra fame. / Benedetto il Buono, che in un istante ha arricchito tutta la nostra povertà e ha colmato la nostra indigenza. / Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità».

Con queste parole sant’Efrem affida alla poesia l’esaltazione del mistero del Natale, in un inno composto nel IV secolo. Le parole sono semplici e profonde, venate di palpabile commozione. Al cuore della lode, il segreto di un Bambino svelato al mondo: egli è motivo di gioia per tutta la terra, di cui è virgulto eletto, primizia di salvezza. Di questo Bambino il santo siriaco celebra la condiscendenza, il suo chinarsi «piegato dalla misericordia», il suo farsi prossimo della nostra miseria sino a colmarla di abbondanza.

Natale è il mistero di un dono: non di un dono qualunque, non uno dei tanti che si assiepano sotto l’albero, spesso per onorare più un "dovere" di circostanza che una reale necessità. «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Isaia 9,5). Egli è davvero per noi.

Nel Natale Dio è più che mai rivolto a noi: ci sorride nel sorriso di un Bambino, accoglie le nostre premure come il più fragile e bisognoso degli uomini. È un’immagine che la nostra tradizione ha molto cara, non mancando mai nei presepi che si illuminano nelle nostre case. È, però, anche un’immagine che ne richiama molte altre. E invita a non dimenticare.

Nel volto del Bambino di Nazaret la fede ci invita a ritrovare quello, forse meno serafico, di tanti bambini altrettanto bisognosi e fragili. Nel profilo del figlio di Maria dovremmo scoprire, non senza costernazione, quello di tanti figli che vengono al mondo nella precarietà, nell’indigenza più stringente. Nei primi, travagliati giorni del Redentore in fasce dovremmo rivedere l’affannosa lotta per sopravvivere di intere famiglie che pure non rinunciano alla gioia di dare al mondo una nuova vita, la drammatica ricerca di alloggio, di sicurezza e di protezione, che spesso le costringe a spostarsi oltre i confini delle loro terre e a cercare lontano.

Nel mistero del Dio Bambino non è forse riflesso lo strazio dei bambini naufraghi sulle nostre coste? Li vediamo riversi, abbandonati dai flutti sulla sabbia, traditi dalla disperazione che ha spinto i loro cari a portarli con sé in cerca di serenità. Eppure il Natale ci sembra, a volte, un’altra cosa. Non dovrebbe forse suscitare lo stesso, venerante tremore il mistero della sofferenza di chi, innocente, deve pagare per colpe non sue il prezzo per venire al mondo?

Dovrebbe indignare la facilità con cui l’odierna attenzione mediatica si sposta dalle tragedie del Mediterraneo alle opulenze dei cenoni. Si piange, ci si irrita per l’abuso, per la violenza di cui sono oggetto i piccoli, ma si tratta spesso di un effetto "a tempo determinato". Il mistero del Natale, invece, ci invita a una memoria perenne, a non dimenticare. Perché «un bambino è nato per noi», a noi, a ciascuno di noi «è stato dato un figlio».

Sulla scia del Giubileo straordinario inaugurato da Papa Francesco, il Bambino di Nazaret ci addita la via della prossimità. In lui – ci dice sant’Efrem – risplende l’esempio di una misericordia che non si accontenta del candore dei buoni propositi, ma scende in campo per farsi azione, reazione, riscatto. Quel Bambino, misero tra i miseri, si è chinato sulla nostra indigenza, «piegato dalla misericordia», Impariamo da lui a chinarci anche noi gli uni verso gli altri, Impariamo a non ritenerci mai così poveri da non poter dare, e mai così ricchi da non dover ricevere. Perché un Bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.
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