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Dibattito dopo le unioni civili
La vera priorità sono le famiglie con figli
Massimo Calvi
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Per anni l’Italia è stata descritta come il Paese fanalino di coda in Europa in fatto di politiche famigliari e contemporaneamente, da un’altra prospettiva, come una delle nazioni carenti in termini di "diritti civili". Le due angolature non si prestano a confronti né a mercanteggiamenti, ma oggi la cartina "arcobaleno" ha un colore in più, mentre quella degli aiuti alla famiglia continua a mostrare la solita deprimente maglia nera.


È una paradossale inversione delle priorità che arriva ad assumere un profilo beffardo nel momento in cui sappiamo già che ultimi in questa classifica lo saremo ancora per molto tempo: considerato il fragile contesto economico il governo ha lasciato intendere che sarà difficile poter vedere prima del 2018 il promesso intervento di riduzione delle aliquote Irpef. L’unico dato positivo di questa piramide capovolta delle urgenze, se proprio lo si vuole vedere, è che il tempo può favorire la messa a fuoco degli obiettivi. In una stagione come questa chiedersi perché andrebbero aiutate fiscalmente le famiglie, che risultato si vuole ottenere, e soprattutto che cosa intendiamo per "famiglia", non è porre domande retoriche, dato che le risposte non sono scontate. I figli sono una grazia, sempre.


Un dono. In Italia tuttavia la straordinaria e impagabile ricchezza che si conquista con la nascita di un bambino viene controbilanciata da un dato altrettanto incontrovertibile: l’avvicinamento alla soglia di povertà. Non è una legge naturale e non è così ovunque in Europa, in virtù di regole più eque e di sostegni più incisivi, ma è quello che accade nel nostro Paese, dove l’incidenza di povertà sale al crescere del numero dei figli. Negare questa evidenza è continuare a portare acqua al mulino di un sistema fiscale e di welfare che ha assunto le sembianze di un mostro irrazionale: penalizza le famiglie con un solo stipendio, quelle con più figli, le coppie sposate, chi produce reddito da redistribuire, i genitori disoccupati. Il tratto ideologico del confronto può aver giocato un ruolo non irrilevante in questa deriva, considerato che la realtà con la quale ci confrontiamo è quella di una popolazione che a parole continua a desiderare figli e famiglia, mentre si sta impoverendo in termini economici e di capitale umano a una velocità preoccupante.


Il bilancio demografico del 2015 ci ha mostrato la fotografia di un’Italia dalla quale emigrano i giovani e le persone in età da lavoro, nella quale nascono pochi bambini – solo 488.000, meno di quando la guerra l’avevamo in casa – e che è disertata persino dagli immigrati stranieri. Sono tutte cose che si tengono: le persone, come le cicogne, non si spostano solo dove c’è più lavoro, ma anche dove il territorio è capace di offrire un contesto favorevole, e non ostile, alla famiglia, in grado cioè di ispirare fiducia. Ieri l’Istat ha comunicato che lo scorso anno il Pil è finalmente tornato a crescere, dello 0,8%, ma il dato che continua a sorprendere è come il dibattito tra gufi e ottimisti sulle cifre della ripresa, del lavoro, degli incentivi per lo sviluppo non contempli una riflessione sulla questione demografica.


Nel 2015 l’Italia ha registrato un calo dei residenti di circa 140mila unità e ha perso quasi 330mila persone tra i 15 e i 50 anni. Nessun Paese con una dinamica della popolazione così depressa può assicurarsi tassi di sviluppo apprezzabili nel medio periodo. Allo stesso tempo ogni incentivo o sconto fiscale che gravasse sul deficit dovrebbe essere considerato alla stregua di una tassa trasferita sul futuro e su chi sarà giovane domani.


È per questo che guardare alla famiglia concentrandosi sui figli è sempre più una priorità sociale ed economica e, sperabilmente, una buona volta, anche politica. Aiutare i genitori "a prescindere" è un dovere civile di cui dovremmo incominciare a parlare. Il coraggio in questa fase non è solo riconoscere l’urgenza di un intervento deciso, ma accettare un confronto de-ideologizzato.

Dagli 80 euro a favore dei redditi medi fino alla cancellazione della tassa sulla casa e ora ai progetti di nuovi interventi di rimodulazione fiscale, in questi anni ci siamo misurati con premi, bonus e sconti in favore di varie categorie di soggetti e che sono stati impropriamente definiti 'aiuti alle famiglie'. È necessario accelerare e pensare con serietà, strutturalmente, alla componente finora più trascurata, ma capace di fare veramente la differenza: i figli. Per giustizia e, davvero, per dare un altro e buon verso a questo tempo e a questa Italia.
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