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Viaggio nel mondo delle "Pandillas" metropolitane
Gang «latine» a Milano: c'è chi dice no
Lucia Capuzzi
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Ancora, tre anni dopo, sente il rumore metallico della porta alle spalle. «Fa un tonfo quando si chiude. A quel punto sai che sei dentro». Eduardo – il nome è di fantasia per ovvie ragioni di sicurezza – ha compiuto 18 anni in prigione. «Avevo organizzato tutto: la mattina sarei andato a scuola, l’avevo appena ripresa, e la sera l’avrei trascorsa con i compagni. Invece…». La frase si spezza. Le parole, dal suono inconfondibilmente lombardo, si arrestano. Del resto, Eduardo è stato allevato da questo lato dell’Atlantico. A nove anni è arrivato a Milano dal Perù insieme alla mamma. Del padre, rimasto in patria, non sa nulla. A farne le veci, 'El Jefe' (il capo), il leader della Mara Salvatrucha (MS). In pratica, Eduardo è cresciuto in una gang. Come William (altro nome di fantasia). Solo che quest’ultimo, ecuadoriano di nascita e milanese d’adozione, si è 'formato' in una banda rivale: i Latin Kings. William è stato un 'Rey' (re, come si autodefiniscono gli esponenti dei Latin Kings) per cinque anni. Poi, dopo l’arresto a 17 anni per rissa e tentato omicidio, ha deciso di lasciare. «Dalla gang, però, non si esce», gli ha ribadito il 'capo' via Facebook. Il leader continua a intimargli di presentarsi alle riunioni, minacciando 'conseguenze'. William ha provato a resistere. Poi, una notte, in preda all’ansia, ha preso il telefono e ha inviato un Sms all’operatore che lo segue. «I fantasmi ritornano?», chiedeva il giovane.

Per capire il fenomeno gang è istruttivo un tour domenicale nelle discoteche 'giuste'. Ad esempio, il Matiné, il ritrovo abituale dei latinos milanesi under 30, spesso under 18. Italiani di nascita, a volte, altre di adozione, figli di migranti la maggior parte, ansiosi di riappropriarsi dei ritmi dei loro Paesi d’origine. Raggaeton, bachata, perreo soprattutto. Perché la tradizionale salsa «è da vecchi», dicono. Inutile cercarlo su Google: ufficialmente il 'Matiné' non esiste. Il locale ha un altro nome. Ai ragazzi, però, non importa: per loro è solo il 'Matiné', la discoteca in cui la domenica si balla dal pomeriggio fino alle 22-23. Man mano che il tempo scorre, i più piccoli vanno via. «E iniziano ad arrivare loro», spiega ad Avvenire Ismael Rafael, fonte preziosa in quest’inchiesta e, per questo, 'punito' con una machetata – per fortuna lieve: la ferita si è risolta con una notte in ospedale – fuori dal Matiné. Sempre da 'loro', come si riferisce ai 'pandilleros', gli esponenti delle gang latine (pandillas) di cui si parla, in genere, in occasione di qualche episodio di cronaca nera o per una retata. Poi, cala il silenzio. Fino al fatto successivo. Che cosa davvero le gang e perché fanno tanta presa?

Le pandillas sono diffuse a Milano, Genova, Roma, Napoli. Nessuno sa con esattezza quanti siano gli aderenti: si parla di mille, forse 2mila persone in totale, circa 200 solo a Milano. In genere giovani adulti: i più grandi hanno tra i 30-35 anni, i più piccoli 14 o 15. La quota dei minori varia a seconda del momento, come quella di donne. Le cifre sono, però, tremendamente variabili. Anche perché, in genere, alle bande vere e proprie si sommano i gruppi di adolescenti latinos. Alcuni di questi ultimi spesso migranti arrivati in Italia per ricongiungersi ai genitori dopo molti anni di separazione - formano 'compagnie' di 'affini': si ritrovano al parco, spesso bevono e fumano marijuana, difficilmente, però, vanno oltre la bravata. Altra cosa sono le gang 'strutturate' (almeno in parte), come la Mara Salvatrucha (Ms), la Mara Barrio 18 (M18), Latin Kings e Ñetas. Nomi che fanno paura se si pensa all’ondata di barbarie che Ms e M18 generano in El Salvador, la nazione più violenta al mondo. Le 'maras made in Italy' - come le altre gang principali - sono, per fortuna, una pallidissima imitazione. «Effetto collaterale di un modello migratorio», lo definisce il sociologo Maurizio Ambrosini. Prima sono arrivate le mamme, negli anni Novanta, come domestiche o badanti. Queste, per riuscire a mantenere i figli, hanno dovuto separarsene e affidarli a nonni, zii, parenti. Solo quando si sono sistemate, vari anni dopo, li hanno portati da loro, in Italia.

«Ormai adolescenti, si ritrovano catapultati in un contesto estraneo, con una madre che non conoscono - spiega Ambrosini -. Le aggregazioni, che a volte diventano vere e proprie bande, sono l’antidoto allo spaesamento e alla solitudine». Per questo, il 'richiamo' è tanto potente. «Le gang danno ai ragazzini latinos una 'famiglia sostitutiva' rispetto a quella originaria, disgregata dal percorso migratorio. Offrendo loro un riconoscimento sociale straordinario: per la prima volta, dopo una vita trascorsa ai margini, nella pandilla (banda), si sentono importanti», spiega Luca Cateni, responsabile del progetto 'Chiavi di casa' di Arimo, che ha seguito decine di 'pandilleros' (esponenti delle bande). «Di fronte a una realtà che li emargina, questi giovani ne creano un’altra, in cui acquistano potere e ruolo. E nel costruire tale mondo fittizio, le bande, si rifanno a quelle degli Stati da cui provengono - aggiunge Massimo Conte, associazione che meglio ha studiato sul campo la questione - Di queste, però, copiano l’involucro esterno».

Codici e rituali sono, dunque, simili: il pestaggio di iniziazione, i tatuaggi, i rosari appesi al collo, gli 'alias' - i soprannomi con cui si chiamano fra loro -, la guerra senza ragione contro le pandillas rivali. 'L’invenzione' del nemico, in particolare, giustifica dà uno scopo al gruppo. E il fatto di girare armati di coltello o machete, nascosto nelle gambe larghissime dei pantaloni. Manca, però, la 'sostanza' mafiosa e criminale delle aggregazioni latinoamericane da cui mutuano il nome e con cui hanno sporadici contatti. Quando nasce una nuova banda all’estero, il capo riceve una sorta di via libera dall’America Latina. Più una carta da spendere con i suoi che un autentico sodalizio criminale. «È un’appartenenza, non un vero e proprio apporto», spiega ad Avvenire il pm Enrico Pavone, che ha condotto le ultime inchieste sulle gang milanesi. Del resto, queste ultime hanno ben poco da apportare. In patria, le bande sono mafie internazionali, potenti e feroci, qui sono gruppi di sbandati, tagliati fuori dal grande business criminale. «La delinquenza organizzata, nazionale e straniera, li considera inaffidabili e, dunque, non delega loro la gestione di un traffico. I 'pandilleros' mantengono la banda con piccoli furti e rapine - aggiunge Pavone -. Ciò non significa che non rappresentino un pericolo: anche per il forte consumo d’alcol, gli esponenti sono capaci di gesti feroci, dal colpo di machete, al pestaggio, perfino all’omicidio. Ai danni dei giovani dei gruppi rivali o degli 'estranei'».

Sono stati furti e pestaggi a far finire in cella Eduardo. «All’epoca mi chiamavo 'Pulga' (pulce), perché ero il più giovane nella Ms ambrosiana. Avevo 13 anni quando sono entrato. El Jefe mi stimava molto. Mi permetteva di partecipare alle riunioni private. E, a volte, mi faceva anche portare il machete. Li prendevamo al centro commerciale. Ognuno costa 30 euro. Facevamo una colletta per prenderli. E poi El Jefe sceglieva a chi distribuirli». Con il machete indosso il ragazzo si sentiva 'importante'. Almeno fino all’incontro con la cooperativa Chiavi di casa di Arimo e l’esperienza del volontariato in una mensa per senzatetto. «La gente mi riconosceva, mi sentivo utile. Allora ho capito che potevo essere 'qualcuno' anche senza la banda». Ora Eduardo ha ripreso gli studi e vuole lavorare nel sociale. Anche per William il volontariato è stato fondamentale per cambiare strada. Adesso fa l’elettricista. I Latin, però, non mollano e lo 'richiamano' via Facebook. «Mi ricordo quando ho inviato quel Sms. I fantasmi ritornano, lo so - racconta -. Quando accade e ricevo l’ordine di andare alla riunione il giorno successivo, non rispondo. Ci dormo su. E, quando mi sveglio, vado dritto in officina».
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