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Inchiesta nel Paese profondo
INCHIESTA / Ecco la fine dei piccoli Comuni
Diego Motta
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Un pezzo d’Italia si sta staccando dal resto del Paese e nemmeno ce ne siamo accorti. Eppure è una parte di tutto rispetto: sono 10 milioni di abitanti e occupano il 54% della superficie della nostra penisola. Vivono in piccoli e piccolissimi Comuni e sono i protagonisti involontari di una lenta e insieme drammatica secessione. Non sono nell’agenda della politica perché altrimenti non si spiegherebbe l’oblio in cui sono stati cacciati. Intorno a loro c’è il deserto: prima se ne sono andati il salumiere e il panettiere, poi è scomparso l’ospedale più vicino e la stazione di polizia o il tribunale. Adesso non c’è più neanche l’ufficio postale dove una volta si ritirava la pensione. È la fine dei territori così come erano stati concepiti nel secondo Dopoguerra, eppure questi centri esistono e resistono ancora, in una sorta di difesa antropologica (e geografica) della 'specie' più forte dello spopolamento che pure c’è stato e ha assunto dimensioni pesantissime. 

Le comunità hanno mantenuto un’anima, alla faccia delle spending review e dei piani industriali che hanno cancellato posti di lavoro. «È vero, la situazione è peggiorata e in pochi sembrano aver capito gli effetti sociali ed economici della fase storica che stiamo attraversando. L’abbandono delle terre è l’abbandono innanzitutto della manutenzione e della messa in sicurezza di aree fondamentali per la tenuta ambientale del Paese, mentre la scelta di tagliare servizi ha conseguenze sulla mobilità, sulla qualità della vita e sull’inquinamento. Non solo: perché io che abito a Cerignale devo pagare più tasse di uno che abita a Piacenza?», si chiede il primo cittadino del paesino emiliano, Massimo Castelli, che è anche coordinatore dell’Anci per i piccoli Comuni. «Di questo passo la discriminazione nei confronti delle grandi città è destinata a crescere: ci si concentra sui poli urbani e si dimentica il resto».

Le ragioni antiche dell’indebolimento strutturale di questo pezzo d’Italia non sono sufficienti a spiegare la crisi in atto. «Il problema è diffusissimo e si è aggravato negli anni Duemila – riassume il sociologo Enrico Finzi –. Col depauperamento demografico, sono avvenute le prime migrazioni interne alle province, con effetti devastanti soprattutto sui Comuni del Sud e sulle comunità montane. La riduzione dei trasferimenti dello Stato agli enti locali e la scelta insensata di disinvestire dai Comuni a favore delle Regioni ha fatto il resto». Quando la gente decide di spostarsi, poi, non è detto che si insegua (e si trovi) per forza nuova ricchezza. «In Campania la fuga verso le coste, spesso povere e inquinate e ad alto tasso di criminalità, ha creato un sovraccarico in termini di popolazione, isolando altre zone, come quelle irpine e del Beneventano, che avrebbero più spazi e maggior potenziale per garantire qualità della vita», continua il sociologo. In Alto Adige, al contrario, l’investimento in servizi alla persona «ha favorito la crescita della natalità», sottolinea Castelli. Contano i finanziamenti, senza dubbio, ma anche la capacità creativa e la possibilità di immaginare un futuro, al di là delle ristrettezze del momento. 

Il nodo sembra essere proprio questo: trasformare uno stato di debolezza cronica in un punto di forza. «Dovremmo chiederci: tra 20 anni che ne sarà di questi territori? È come se fossimo rimasti all’analogico, nel Novecento, mentre viviamo nell’era digitale», dice il sindaco. «Dovremmo saper sfruttare meglio le tecnologie, pensare a progetti di informatica diffusa», gli fa eco Finzi. Agire sulle reti può essere una modalità per togliere dalla marginalità migliaia di persone, ma il dato di fatto è che molte aree non sono ancora connesse e alla fine ne risentono i trasporti locali, la logistica, in ultima analisi gli stessi distretti industriali: qual è l’impresa che va a investire in un territorio in cui non puoi mandare neppure una raccomandata? 
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Lo stesso discorso vale per gli esercizi commerciali: sempre di meno, sempre meno vicini alle comunità. Negli ultimi sei anni, secondo il rapporto Censis, i negozi di ferramenta sono diminuiti dell’11,2%, quelli di abbigliamento sono calati dell’11%. Il segno meno riguarda anche librerie (-10,8%) macellerie (-10,5%) e calzature (-9,9%). «Si pensi a quel che è successo con la chiusura delle edicole, degli empori e delle piccole botteghe nei centri storici – ragiona Finzi –. Erano modelli di distribuzione efficienti, dove si trovava tutto, anche il giornale».

Nel Comune di Castel del Giudice, 350 abitanti in provincia di Isernia, c’era una vecchia scuola. Senza bambini, ormai, perché l’edificio era chiuso da 25 anni e i figli delle famiglie rimaste, grazie a un servizio di trasporto locale, avevano deciso di frequentare l’istituto scolastico più vicino, di là dal confine regionale con l’Abruzzo, in provincia dell’Aquila. Nel paesino erano rimasti però anziani da accudire e da non lasciare soli: oggi, dove c’erano le aule per le classi, è nata una struttura protetta per la terza età, divenuta in fretta punto di riferimento per le comunità vicine, tanto da essere l’unica accreditata in Molise, per quel tipo d’utenza, con il Servizio sanitario nazionale. Nel frattempo è tornato a casa un infermiere in precedenza migrato altrove e si sono stabilizzati alcuni medici.

«Non avevamo soldi pubblici su cui poter contare – racconta il sindaco Lino Gentile – e così abbiamo lanciato un modello di azionariato popolare: 25-30 cittadini hanno messo 25-30mila euro a testa e il progetto è andato in porto. Abbiamo potuto erogare un servizio alla popolazione che ne aveva bisogno, creando anche occupazione. Questo ci ha dato l’autorevolezza per proporre altre idee: la riconversione in meleti biologici di terreni abbandonati e la trasformazione delle stalle in albergo diffuso. Abbiamo frenato il depauperamento della zona e siamo riusciti a far rientrare qualcuno da fuori o, più semplicemente, a trattenere chi voleva andarsene. La gente disponibile c’era e del resto io l’ho sempre detto: meglio occupati a Castel del Giudice che disoccupati a Roma».

La storia di questo piccolo centro del Molise è indicativa di quanto, spesso nel nascondimento e quasi sempre per reazione, sta succedendo nelle aree dimenticate di questo Paese: è una piccola rivolta civile, quella in corso, che dà speranza perché responsabilizza chi è rimasto nei piccoli borghi e non si vuole rassegnare al declino. «Negli ultimi anni la retorica dell’efficienza e del risparmio ha travolto gli enti locali che meno sprecano e che meno fanno spendere al servizio pubblico in generale», riflette Marco Boschini, coordinatore dell’associazione dei Comuni virtuosi, che negli ultimi anni ha meritoriamente raccolto buone pratiche di sostenibilità, da Nord a Sud, da parte degli amministratori locali. «La nostra esperienza ci dice che non è tanto questione di accorpamenti e fusioni, a fare la differenza. Conta semmai la condivisione delle buone idee e l’unificazione delle funzioni e delle centrali d’acquisto. Ma se lo Stato volta le spalle alle popolazioni locali, come possiamo pretendere che il territorio rimanga vivo?».
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