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Scuola
E se provassimo a immaginare una scuola aperta per ferie? 
Giorgio Paolucci
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​Tra pochi giorni milioni di studenti e insegnanti festeggeranno la fine delle lezioni. Ma non tutta la scuola andrà in ferie. Molti saranno impegnati per preparare gli esami nei vari ordini e gradi, altri (nelle superiori) per i corsi di recupero dei debiti formativi, altri ancora per incombenze varie. Resta il fatto che la maggior parte dei docenti nei mesi di luglio e agosto sarà in vacanza. Una vacanza regolarmente retribuita e che dura molto più dei trentatré giorni di ferie previsti dal contratto nazionale. Consapevole che quello che vado facendo è un ragionamento politicamente scorretto – molto scorretto –, come semplice cittadino oso domandare: non sarebbe il caso che l’enorme capitale umano, educativo e culturale racchiuso in questi "insegnanti retribuiti in vacanza" venisse messo a disposizione di quanti (e sono proprio tanti) potrebbero giovarsene, soprattutto in questo tempo estivo, anche per poche settimane?
 
Pensiamo a tanti bambini che nei mesi scorsi hanno fatto fatica negli studi e avrebbero un grande bisogno di essere sostenuti per recuperare i ritardi accumulati nel processo di apprendimento. Pensiamo a tanti piccoli immigrati arrivati nel nostro Paese senza conoscere una parola di italiano e inseriti nelle classi equivalenti alla loro età, in base a una normativa che in molti casi, in nome dell’uguaglianza, sortisce più problemi che vantaggi, costringendo gli insegnanti a lottare eroicamente (e a volte con scarsi risultati) su due fronti: il regolare svolgimento del programma ministeriale e il faticoso tentativo di portare i nuovi arrivati al livello dei compagni. Perché non mettere in campo, tra giugno e luglio, corsi intensivi di italiano, di grande importanza anche se di breve durata?
Di fronte a simili argomentazioni, avverto già in lontananza le prevedibili lamentazioni di quanti si appellano a un’inveterata tradizione secondo la quale le scuole d’estate "devono" rimanere chiuse, o il grido di dolore di chi fa notare che studenti e docenti, arrivati al traguardo di fine anno spremuti come limoni, hanno bisogno di riposare. E poi c’è chi nota che d’estate fa caldo, in certe regioni molto caldo, e la concentrazione si fa difficile, diventa più faticoso insegnare e apprendere. Infine qualcuno non mancherà di ricordare che gli insegnanti sono pagati troppo poco rispetto al prezioso lavoro che svolgono, e che il loro contratto giace congelato da troppi anni. Ma tutte queste ragioni – in parte sacrosante e condivisibili, in parte piuttosto fragili – non possono giustificare il fatto che decine di migliaia di docenti (soprattutto nelle scuole elementari e medie) rimangono parcheggiati a casa pur continuando a percepire un regolare stipendio. È davvero impensabile e impossibile immaginare che, almeno per qualche settimana, le scuole elementari diventino un grande cantiere dell’apprendimento e possano ospitare iniziative mirate a vantaggio di chi ha più bisogno?

Viviamo una stagione in cui a tutti vengono chiesti sacrifici in nome di un interesse collettivo, e in cui l’espressione spending review viene modulata in tutti gli ambiti, compresa la pubblica amministrazione. Il ministro della Pubblica Istruzione provi a immaginare con i suoi funzionari la maniera più adeguata per mettere le capacità di tanti docenti al servizio di bisogni elementari. E a livello periferico i dirigenti scolastici s’ingegnino a trovare soluzioni operative per consentire una scuola "aperta per ferie". Come semplice cittadino immagino che tutto ciò non costerebbe un occhio della testa, e sortirebbe grande utilità per tante famiglie e tanti studenti. Senza peraltro privare gli insegnanti di quel congruo numero di giorni di vacanza, trentatré per l’esattezza, garantiti dal contratto di lavoro. Se è troppo tardi per mettere mano a una simile operazione a livello nazionale, si può cominciare a livello locale, con una "coalizione dei volenterosi". E se davvero il tempo è scaduto per il 2014, mettiamo sul tavolo l’idea da settembre, quando le scuole riapriranno. Comunque sia, è possibile provare a ragionarne senza levate di scudi pregiudiziali?
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