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Cercansi nuove vocazioni al bene comune
Politica, la crisi della classe dirigente
Angelo Picariello
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Il deficit di classe dirigente nel nostro Paese, lascito della ultra-ventennale crisi dei partiti, sembra al suo picco più preoccupante. Tre anni fa titolammo un’inchiesta sull’avvento dei social network in politica: «Partiti in crisi, un tweet li sostituirà?». Il punto interrogativo che i manuali bandiscono nei titoli in quel caso fu necessario. E ci permette oggi di abbozzare una risposta. No, l’abilità a primeggiare nel nuovo circo mediatico non crea da sola classe dirigente. La capacità di interpretare una sensibilità diffusa, tramite il veloce ed efficace veicolo dei new media si è mostrato in grado di agevolare l’ascesa di giovani leadership che i rigidi rituali dei partiti old style non avrebbero consentito, ma questo non produce automaticamente l’innervarsi sul territorio di un progetto. Si avvicina un turno amministrativo importante (la prossima primavera vanno al voto città come Milano, Torino, Napoli e Bologna) e i partiti non sanno più come e dove andare a scegliere i loro candidati, mentre nuove ventate impetuose di antipolitica tolgono loro ulteriore credibilità.

Quella stessa inchiesta evidenziava, tre anni fa, il ritardo del centrodestra nell’approcciare i nuovi strumenti comunicativi, fatta eccezione, nella Lega, per il caso di Matteo Salvini. Che – dominus assoluto delle dirette di Radio Padania – iniziava a intravedere nei nuovi mezzi una modalità per interagire con tutto il Paese, approfittando di una crisi di rappresentanza della destra e di Forza Italia. Ancora troppo legata quest’ultima a un’idea superata di centralità della tv, modello 'discesa in campo' o 'patto con gli italiani'. Nel Pd invece, accanto all’allora segretario Bersani, l’unico a vantare, tre anni fa, più di 100mila seguaci su Twitter, era quel Matteo Renzi, destinato presto a scalare prima il partito e poi Palazzo Chigi fino a diventare primatista assoluto di follower, con oltre due milioni, superando di recente anche Beppe Grillo che ne conta circa 1 milione 900mila. Ma il boom elettorale dei due Matteo ha messo paradossalmente in crisi le due relative strutture-partito. La Lega salviniana ha assunto, nei numeri, la leadership del centrodestra e ora sfrutta la scia del boom lepenista. Tuttavia il partito di via Bellerio a dispetto del passaggio a doppia cifra dei consensi, quasi non esiste più nella percezione generale, e non c’è un altro gruppo dirigente che ne abbia preso il posto. Rotto l’ultimo tabù, sbarcata lo scorso febbraio a piazza del Popolo nel cuore dell’ex 'Roma ladrona', questi nuovi consensi fuori dal tradizionale territorio sembrano ancora privi di intestatari: eserciti elettorali privi di condottieri. nvece qualche passo avanti, nell’allargamento del gruppo dirigente lo registra proprio M5S, il partito nato sulla spinta della Rete, che si è posto il problema di una guida plurale, facendo scomparire il nome di Beppe Grillo dal simbolo e palesando nuovi protagonisti in Parlamento. Mentre il deficit di classe dirigente a livello locale non risparmia certo il partito che detiene la golden share della maggioranza di governo, che era arrivato a superare il 40 per cento alle Europee. Nella Milano uscita vittoriosa dalla sfida dell’Expo il Pd tenta di sfruttarne la scia spingendo alla candidatura il suo principale protagonista, Giuseppe Sala.

La politica in crisi, a Milano - a differenza dei casi di Roma e Napoli - sembra almeno poter guardare alla vitalità del suo ceto manageriale. In Campania, invece, il Pd sembra oscurato da due figure che pensava di aver ormai archiviato, da un lato Vincenzo De Luca, insediato alla Regione nonostante gli appesantimenti legati alla legge Severino e alle inchieste che hanno coinvolto anche la sua anticamera, e dall’altro Antonio Bassolino, che si dice pronto a riproporsi a Napoli, nonostante i veti del Nazareno. Due nomi in campo come negli anni ’90, quando il G8 consacrò il sindaco del Rinascimento napoletano, e a fargli da contraltare spuntò poi il sindacosceriffo di Salerno. Come se 20 anni fossero passati invano, come se nel frattempo i prestigiosi atenei campani non avessero sfornato nuovi cervelli, o l’associazionismo, il mondo delle imprese non avesse offerto nuove facce ed energie da prestare alla politica. Il quadro delle difficoltà a selezionare classe dirigente che vive il primo partito italiano vede però il punto più acuto a Roma, dove viene salutata con un sospiro di sollievo la presa in consegna della città, in vista del Giubileo, da parte di ben due commissari. Meglio loro, agli occhi dei vertici Pd, di Ignazio Marino, l’uomo che il partito aveva scelto per guidare la Capitale. Una soluzione, il commissariamento, che consente di prendere tempo, sperando – come a Milano – di sfruttare la scia di un evento che ben gestito.

Renzi sembra essersi reso conto. Il Pd ha iniziato a «sgranchirsi le gambe» (espressione di Pierluigi Bersani) con i suoi 2.100 e passa banchetti e decine di migliaia di volontari a distribuire 5 milioni di volantini. E ancora ieri il premier era simbolicamente nella periferia lucana a dare l’ultimo saluto a un dirigente locale scomparso. Una politica ostaggio di individualità che a volte 'subisce' e a volte cerca di coinvolgere, ma che stenta a farsi progetto e rapporto con il territorio. «Senti Francesco Rutelli parlare di Tor Bella Monaca, o Tor Sapienza e ti accorgi che sa almeno di che cosa parla», dice Giuseppe De Rita, a sintetizzare 20 anni di passi indietro della politica, a Roma e non solo a Roma. «Può darsi che io sia uno del ’900, ma non credo che i social network possano servire a elaborare una linea politica. Sono tante molecole che non fanno un disegno», pronosticava tre anni fa, nella nostra inchiesta. E i fatti gli danno ragione, purtroppo. Col risultato che «a Roma – dice oggi il fondatore del Censis – il miracolo non potrebbe farlo neppure Nembo Kid, da solo». «Ma non è che all’estero va diversamente», sostiene Paolo Messa, grande esperto di comunicazione politica, direttore del think tank 'Formiche' e consigliere di amministrazione Rai. «Il livello di elaborazione politica dell’attuale classe dirigente europea non regge certo il confronto con quella dei tempi di Schuman e Adenauer, e neanche, più di recente, di Kohl e Mitterrand. Ma la colpa non è dei social network, non confondiamo le cause con gli effetti».

Allora tocca rassegnarsi? «A Roma servirebbe almeno una sana oligarchia», dice De Rita. Una squadra, insomma. Ma da che mondo le persone si mettono insieme sulla scena pubblica per due diverse ragioni: o per interesse o per amore al bene comune. E a Roma – come le inchieste di Mafia Capitale hanno portato alla luce – la politica sembra in ostaggio dei peggiori interessi, persino sui temi più legati a un’idea di bene comune, come l’aiuto agli ultimi e l’accoglienza dei profughi. Che fare allora? Il Pd rispolvera le primarie che sembrava voler accantonare. Ma, come le recenti esperienze di Roma e Napoli dovrebbero aver insegnato, in un’epoca di distacco dalla politica che vede recarsi a votare in media il 50 per cento degli aventi diritto, il rischio - nell’indifferenza dei più - è di finire in balia delle ambizioni e della mobilitazione dei singoli, l’uno contro l’altro armati. Forse, allora, per i partiti sarebbe meglio fare esercizio di umiltà provando a dialogare con il mondo delle liste civiche e dell’associazionismo che meccanismi politicizzati come le primarie spesso non riescono a intercettare.

Ma non è solo colpa dei partiti. Questi sono solo il termometro che misura la generale perdita di passione civile, di dedizione al bene comune. Un recente saggio ha evidenziato come nella Costituente, nell’Italia ad alto analfabetismo del dopoguerra, c’era una percentuale di laureati molto maggiore rispetto a quella dell’attuale compagine parlamentare. La più alta forma di carità, la politica nella definizione di Paolo VI, ha smesso di meritare l’impegno delle migliori energie del Paese. Il Consiglio pastorale della Diocesi di Roma ha lavorato un anno e mezzo a confrontarsi sulla situazione di grave difficoltà amministrativa che vive la Capitale. Ne è scaturita una lettera molto bella che il cardinale vicario Agostino Vallini ha inviato ai cittadini romani: «Troppo spesso – scrive – persone di valore non hanno la forza di esprimere la propria vocazione al servizio del bene comune e di incidere beneficamente sulla società, mentre altri per brama di potere e desiderio smodato di arricchimento occupano posti nella direzione e gestione delle istituzioni senza le doti, la motivazione e la competenza necessarie per promuovere programmi e politiche di equità sociale a favore di tutti i cittadini». U na riflessione pensata per Roma, ma che vale per tutti. Un invito a promuovere e a non lasciare sole nuove vocazioni alla politica. A «costruire adeguati cammini di formazione pre-politica aperti a tutti, particolarmente alle migliori energie giovanili». Un lavoro lungo, paziente, difficile, che richiede esempi e buone pratiche. Non basterà un tweet a invertire la rotta. E neppure le primarie. 
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